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mosche2.jpg (24068 byte)Contrappunti alla tortura delle mosche cap. VII

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.       "la vita è così deliziosa che niente oserei figurarmi di più bello della vita". (J. Renard)

Che bel quadretto ameno! Viene solo da domandarsi: " Ma questo l'ha vissuta la vita, oppure l'ha osservata solo dal balcone?".

2.       Gloria! Che nome di altri tempi ormai tramontati, mi richiama stupide imprese di guerra: "La grande illusione", un vecchio film critico sulla prima guerra mondiale di Renoir e poi nomi del periodo fascista; infine la gloria dei nostri primi poeti, ormai cristallizzata nell'icona del caro Petrarca con in testa la corona d'alloro.

C'è qualcuno che parla ancora della 'propria' gloria?

3.       "Vestire i panni di...": la solita metamorfosi con l'intento di ottenere qualche vantaggio; "Mettiti nei miei panni!" : una richiesta di comprensione, se non di aiuto.

4.      "Animali domestici più importanti del denaro'"? Se è stata espressa questa preferenza dagli inglesi, anche se solo dal 50% di essi, si può dire che questo popolo è uno dei più sensibili alla condizione animale ed uno dei meno venali. Il dato di un 20% di inglesi che preferiscono l'animale domestico al 'familiare' induce ad un'amara riflessione sui rapporti che esistono in molte famiglie, ma conferma un dato di fatto: che spesso l'uomo si sente tradito e deluso dai suoi simili più prossimi, dagli animali mai! Purtroppo l'uomo è ingrato e spesso tradisce quell'animale dal quale non sarebbe mai tradito, abbandonandolo!

5.       Si dice che il sentimento venga dal "cuore"; esso in realtà è manifestazione di tutto il nostro essere e, in quanto tale, non ha una sede precisa; ma è utile usare quella espressione per distinguere il sentimento dalla ragione. Tutti quanti sentiamo infatti che sentire non è ragionare, non solo ma i sentimenti vengono prima dei ragionamenti; sono loro a guidare quest'ultimi e non viceversa. Anche le persone più razionali, abituate a controllare i propri stati d'animo e le proprie emozioni, conoscono bene il potere di questi e gli sforzi che devono fare per non lasciarsi dominare. Non c'è bisogno di scomodare la psicoanalisi per capire la forza che hanno le spinte irrazionali inconsce nei comportamenti umani; per capire quanto il sentimento domina la ragione. Fra le nostre spinte irrazionali, ci sono i nostri slanci sentimentali e d'amore, ma anche i nostri odi viscerali, le nostre fobie, le nostre angosce, le nostre passioni; tutta la nostra aggressività nasce dal groviglio inestricabile dei sentimenti;, anche la nostra compassione, la nostra "pietas" è un sentimento irrazionale ( nel senso che viene prima di ogni riflessione); esso nasce dall'immediata identificazione di noi stessi con gli altri che soffrono. Come possiamo dire che i sentimenti non hanno importanza! Certo, considerando che ci sono sentimenti "buoni" e dei sentimenti "non buoni" che fanno parte del nostro carattere, e che quest'ultimo non è facilmente modificabile, è normale che ci siano persone che si possano vergognare dei loro sentimenti e che cerchino di nasconderli, non potendoli reprimere del tutto. Per questo motivo, non possiamo fidarci di quelli che mettono sempre in bella mostra i propri sentimenti, per farsi vedere dagli altri come dei "sentimentali"; anche perché ognuno mette in mostra ciò che vuole far vedere e niente più! Allora! Per non ingannarsi con i sentimenti degli altri, bisogna conoscere il carattere degli uomini, senza farsi troppe illusioni!

6.       Fra le "qualità native" che porterebbero gli uomini a 'vendersi l'anima', prima fra tutte mettere "la ricerca della felicità", cioè quella tendenza naturale che tutti abbiamo ad affermare in primo luogo 'le nostre esigenze' sugli altri, tutti i nostri bisogni. Il denaro sarebbe il mezzo più idoneo, che è dato in ogni società , per poterli soddisfare; per questo motivo è sempre stato il mezzo più efficace anche per "corrompere" l'anima. Com'è noto, la felicità invece non è facilmente raggiungibile, con nessun stratagemma di 'ricerca', tanto meno con il denaro. "Felicità si cammina per te su fil di lama" scriveva il poeta; ma quanti per raggiungerla cadono, quanti si feriscono o si tagliano a brandelli?

Nessuno ascolta invece il saggio che invita a vivere, così, semplicemente, i giorni sereni, i brevi momenti di 'vera' felicità che la vita inaspettatamente ci riserva. Cogli l'attimo , "carpe diem" e vivi così l'eternità!

7.       Con il 'rimorso' la volontà non si sente più così sicura di ciò che ha fatto e chiede aiuto alla ragione per correggere i suoi eccessi.

8.       Quanta seduzione passa attraverso la vista, basta uno sguardo! Chi può negare che il mondo è bello a vedersi? Ma la vita è un'altra cosa.

9.       Svilimento, eccitazione, noia, passione! Cosa non passa dalla ripetizione?

10.   La mia esperienza più emozionante che mi è venuta dall'America dopo Poe, è stato Walt Whitman. L'esperienza più antica, dall'America, da bambino: "Sette spose per sette fratelli" di Staley Donen, nel primo cinemascope che ho visto a Piancastagnaio, il mio piccolo paese natio in montagna, nel lontano inverno del 1955. L'esperienza più recente: il Logo di S. Papert, il M.I.T e il Logo dell'università di Berkeley, lungo le vie telematiche della comunicazione, sempre in America. Ma l'America continua ad essere per me quel territorio fantastico che va dall'East al West, lungo i percorsi delle carovane dei primi coloni a caccia d'indiani, lungo la ferrovia, lungo "la strada" che da New York arriva a Denver e a S. Francisco.

1.       E' vero! I luoghi nuovi non attraggono più con l'età, mentre i vecchi si radicano in noi, "si rafforzano"; soprattutto i luoghi della memoria, dove hanno messo radice i nostri pensieri, quelli che abbiamo visitato abitualmente e con i quali siamo entrati più in confidenza: essi ora ci assillano, domani ci consoleranno e ci riserveranno un posto dove andare a morire serenamente.

2.       J. Renard, nella citazione che mi ha occasionalmente offerto Canetti all'inizio del capitolo, mi ha fatto conoscere un aspetto dei Francesi che avevo dimenticato: la melensaggine.

3.       Gli ebrei. Ho sempre avuto un grande rispetto per questo piccolo popolo che, nonostante la diaspora, si è mantenuto unito nel corso dei millenni come una famiglia, solo per mezzo di un libro: la Bibbia. Tutto è stupefacente in loro: la loro fede, l'abbigliamento, l'efod, il ta'led, le loro feste (la Pasqua, il Kippur, l'Hamkkah) la festa della luce; i luoghi d'Israele: Gerusalemme, il muro del pianto; i loro testi sacri. Sono stupefacenti le infinite persecuzioni che hanno dovuto sopportare: l'antisemitismo, il pogrom, l'olocausto, il ghetto. Anche il Golem li rende stupefacenti, persino qualche loro inevitabile difetto. E' stupefacente scoprire quanti autori, scrittori, artisti, che amiamo e ammiriamo sono ebrei: Primo Levi, Bellow, lo stesso Canetti, Woody Allen e tanti altri che non ricordiamo più, che non immaginiamo nemmeno.

4.       E' commovente l'attaccamento alla vita che dimostra quest'uomo , Canetti, all'età di più di ottanta anni! Scrive:" Non c'è niente di cui sono sazio. Sono tuttora racchiuso nella vita...E' umiliante morire senza sapere se di qui a cent'anni ci sarà ancora un essere umano... (ma) io non capitolo". Non c'è niente che io possa rimproverare a quest'uomo, posso solo dimostrargli tutto il mio rispetto, tutta la mia commozione e la mia compassione. Il nostro destino è simile al suo. Se guardiamo al tempo, siamo tutti già morti senza saperlo!

5.       Basterebbe immaginarsi la biblioteca di Babele di Borgesiana memoria, con i suoi labirintici percorsi infiniti, con tutte le combinazioni di tutti gli alfabeti possibili, di tutte le lingue, per sentirsi d'un tratto rassicurati sul destino delle grandi opere (quelle che vorremmo vedere salvate). Sapremmo per certo che esse sono conservate in uno scaffale, di una qualche sala, di un qualsiasi corridoio del labirinto. Le sapremmo così salvate dall'oblio , insieme a tutte le opere future che gli uomini potranno ancora scrivere. Ma tutto ciò non basterebbe a liberarci dall'ansia, dall'angoscia. Come poterle ritrovare, fra gli innumerevoli volumi scritti con combinazioni di caratteri alfabetici prive di senso? Come distinguere le opere autentiche dalle altre sparse qua e là che si differenziano da quelle solo per alcune pagine, per taluni paragrafi, per poche frasi fondamentali? Cosa sarà l'umanità senza poter più ritrovare e leggere i canti di Omero, le tragedie di Eschilo o di Sofocle, la commedia di Dante, le poesie di Goethe, le angoscianti visioni di Dostoevskij, la lucida analitica di Kant? Cosa sarà delle mie letture , senza più la consolante lettura della filosofia di Schopenhauer? O forse non c'è salvezza nella memoria e sarebbe meglio allora dimenticarle? Forse dovremo tutti, se vorremo vivere, dimenticare e fare come hanno già fatto gli altri uomini che vivono senza averle mai conosciute?

6.       Non lasciarti attrarre dalla disperazione, ma se ci cadi, non permettere che altri le assegnino motivi falsi. Non indulgere alla speranza, ma se speri non lasciare che siano gli altri a riempirla di contenuti per te.

7.       Consegnarsi alle proprie origini. Era scontato che Canetti dovesse tornare, prima o poi, alle sue origini, ammesso che da esse si sia mai allontanato. La sua origine ebraica ha avuto l'impronta di un libro mitico: la Bibbia; il suo nutrimento spirituale sono stati - come lui scrive - " i miti di tutti i popoli", era inevitabile che alla fine Canetti si consegnasse alla Bibbia che è il mito del suo popolo che tutti gli altri comprende.

Ma a quali origini posso consegnarmi io, che non ho religione? Che non ho fede?

Provengo da una cultura cattolica 'indistinta', di un paese, l'Italia, che ha sempre tollerato isole di laicità, di una regione, la Toscana, dove la gente invoca Dio con la bestemmia. Nelle persone umili e oneste ho visto più che altro una religiosità 'sofferta', che era vissuta intimamente quasi come una 'maledizione', e negli altri una religiosità di 'facciata'. Dalla famiglia ho ricevuto solo qualche forte immagine: l'amore di mio padre per la figura del Cristo, la fede dichiarata di mia madre; dalla mia terra amiatina un forte legame simbolico con la santità, variamente sentita: S. Caterina da Siena, S. Francesco e David Lazzaretti, il messia eretico dell'Amiata.

Tutto questo rappresenta un crogiolo di religiosità primitiva che non escludo abbia operato e possa continuare ad operare in profondità. Naturalmente il mio percorso giovanile ha tenuto lontano la religione. Ho fatto per molto tempo della laicità quasi una professione di fede. Non è un caso che per un decennio mi sono nutrito, come la mia generazione, dei miti laici del mio tempo: Marx, Lenin e soprattutto Gramsci, passando per un attimo (il sessantotto) per il mito giovanile che personificava l'azione e la ribellione : Che Guevara. Ma questo percorso è stato una meteora nella mia formazione: solo un'occasione per avvicinarmi ai miei simili, per far pratica di solidarietà e per scoprire l'immenso valore del libro. Ricordo a Pisa una ragazza, studentessa universitaria, che mi regalò un grosso volume degli Editori Riuniti. "Le opere scelte" di K. Marx, con una dedica, scritta da lei, che riportava la poesia di B. Brecht "Lode dell'imparare". Era il 1968 ed io stavo preparandomi ad andare a lavorare come operaio saldatore in Germania; quello fu il mio primo libro non scolastico (avevo fatto solo la terza media!), la mia Bibbia. Anche il libro è stato dunque per me una conquista tardiva. Nessuna tradizione famigliare mi aveva ancora avvicinato alla lettura, con piacere. No! Il libro non fa parte delle mie origini, non è stato per me come la Bibbia per Canetti, ma da allora i libri sono diventati parte di me: non mi hanno più lasciato.

Non è ancora giunto per me il momento di consegnarmi alle origini, ma avverto che il mio percorso interiore preme per quella direzione. Quando lo farò, vorrò tornare con i miei libri, incontrati casualmente per via, in compagnia degli autori da me più amati. Ma essi sono ancora tanti, troppi! E' ancora presto per fare il viaggio di ritorno. Mi muoverò quando saranno diventati pochi consolidati amici da me inseparabili.

18.   Memoria e poesia. Poeta è colui che perde le cose reali dalla memoria e le ritrova, dopo aver tanto cercato, 'spostate' in aree diverse dell'immaginario.

19.   Quando troviamo qualcuno che prende alla lettera ciò che noi diciamo, abbiamo sempre l'impressione di trovarci davanti una persona un po' ottusa e viene da chiedersi se per caso non abbiamo a che fare con un automa, un 'replicante'.

20.  Per distinguere una frase dall'altra prova prima a far vibrare in ognuna l'intima musicalità.

21.   Non gli basta dire bugie, le dice anche con esagerazione; se poi lo inviti alla moderazione, si sente scoperto e toglie la comunicazione.

Dice sempre le sue bugie con 'sobrietà', solo se si sente scoperto passa all'esagerazione.

22.  Vestiva di umiltà la propria insolenza.

23.   La morte dell'aforisma è la pura forma: l'assoluta vacuità del pensiero. Uno scrittore di aforismi deve essere un pensatore pungente o vigoroso, provvisto di una penna - pungiglione, come un insetto, o schiacciamosche come la coda di un bue.

Il contrario: gli aforismi sospirati di J. Renard

24.  Gli aforismi meglio riusciti: quelli che potrebbero essere epitaffi per la propria tomba.

25.   Due specie di autorappresentazioni. Una fondata su concetti e su loro associazioni, l'altra su intuizioni e percezioni. La prima naviga nelle regioni dell'astrattezza; i suoi pericoli sono i gorghi e i vortici del pensiero, quando capitano deve trovare, nella realtà, un porto sicuro in cui attraccare altrimenti affonda; la seconda non corre questi pericoli: è radicata nel terreno della concretezza.

26.   Arrampicatore sociale. Sempre all'ombra di un personaggio pubblico, per far crescere la propria ombra sotto la sua.

27.   Capacità di sintesi: condensare in una frase una vita intera; dispersività: riassumere il significato dell'universo in un nome, Dio.

28.   C'è un tipo di solitudine grazie alla quale un uomo si riconcilia con il mondo intero.

1.       Un ripostiglio segreto per le cose che non riusciamo a dimenticare: un quaderno, un diario.

2.      "Si richiedono più cose oggi per un solo savio di quanti ne occorressero anticamente per sette; e ci vuole più abilità per trattare con un solo uomo in questi nostri tempi, che non per avere che fare con un popolo intero in passato." (B. Gracian)

3.       Disorientante. Ha imparato così bene le pubbliche relazioni che ha un linguaggio diverso per ogni occasione: formale, burocratico, confidenziale, informale... ma di cosa parla? Ha perso l'argomento in qualche relazione.

4.       Elogio della vecchiaia. Voglio fare un elogio della vecchiaia ora, che mi trovo sulla soglia di questa terza età, prima di oltrepassarla. Io, pessimista metafisico, faccio una scommessa di ottimismo di fronte ad un'età che tutti gli amanti della vita fuggono come anticamera della morte e mi preparo serenamente a cogliere i frutti segreti che essa mi riserva. Chi 'rifugge' la vecchiaia perché ama troppo la vita mi dimostra che non sa amare neanche la vita perché non sa accettare la sua naturale evoluzione, la sua crescita: appunto la vecchiaia.

Nessuno enumera i vantaggi dell'invecchiamento, (salvo che per i liquori), voglio pertanto cominciare come tutti a parlare degli innumerevoli svantaggi della vecchiaia . Essi sono soprattutto quelli connessi al deperimento fisico, che fanno l'immagine della vecchiaia agli occhi di un giovane. In una società come la nostra, nella quale il culto del corpo ha elevato quest'ultimo al rango di divinità, il deperimento fisico deve apparire un evento tanto traumatico, quanto la caduta degli dei. E' così che lo vedono pressappoco tutti coloro, uomini e donne, che cercano di ritardarne gli effetti con creme, palestre, maschere e massaggi e vari altri prodotti per mantenersi efficienti, cito per tutti, fra quelli che potenziano la virilità , il Viagra .

Comparsa delle rughe e della canizie; la perdita dei capelli, dei denti, della vista; energia, forza e memoria in declino; tutto sembra prefigurare la morte, compresa la malattia che spesso la anticipa. Questi svantaggi ci sono , perché negarli? Ma se sappiamo essere equilibrati e prudenti, se non pretendiamo di fare concorrenza ad un giovane e soprattutto se abbiamo un po' di fortuna, che ciascuno è tenuto ad invocare, se "Dio vuole" , ci si può difendere e proteggere (i mezzi li abbiamo!). E' da dire invece che vivere, sentendo la morte più vicina, non è un fatto negativo. La paura della morte è infatti irrazionale. Perché dovremmo temerla? - diceva Epicuro - Quando ci siamo noi lei non c'è; quando c'è lei non ci siamo più noi. Cosa ci fa paura dunque della morte? Se siamo religiosi dovremmo attenderla con la speranza che tutto cambi in meglio; se non siamo credenti, in nessuna fede, dovremmo aspettarci di 'tornare' nel 'nulla' , dove eravamo prima della nascita. Dovremmo avere paura del 'nulla' che verrà dopo, se non abbiamo temuto il 'nulla', altrettanto lungo, che c'è stato per noi prima di nascere?

La 'vicinanza' della morte ci può essere invece di aiuto per accettare l'idea di dover morire e soprattutto per riuscire a vivere meglio il tempo che ci rimane da vivere.

Non sappiamo quando moriremo e a volte la morte colpisce prima il giovane che il vecchio; dal momento che nasciamo siamo già 'maturi' per morire, come esemplifica ogni nato - morto. tutti, nascendo, passiamo dal grembo della madre a quello della morte; ma solo quando siamo diventati 'vecchi' ne abbiamo fatta una sufficiente esperienza, vedendo gli altri morire. L'esperienza della morte paradossalmente, rende la persona anziana più adatta a vivere di un giovane. Essa si è fatta più prudente; conosce il valore 'relativo' della vita e per questo l'apprezza di più; vive alla giornata i momenti sereni che ancora gli restano, ben sapendo che il domani è incerto e il benessere fugace. Invece il giovane spesso mette a rischio la propria vita senza ragione, la ama ma si comporta come se la disprezzasse perché sente di averne in eccesso; non pensa alla morte ma spesso gli va incontro; guarda continuamente al futuro che sente come proprio , ma non riesce, proprio per questo, a vivere il presente che è il solo tempo 'reale' e se lo lascia scorrere via nelle lunghe giornate di tanta 'noia' e nei brevi momenti di piacere.

L'uso razionale del tempo distingue invece la persona saggia, e solitamente anziana, da tutti gli altri. Essa è sempre indaffarata, anche se ha lasciata la vita lavorativa attiva, eppure trova il tempo per tutti , è sempre disponibile ad aiutare gli altri: i figli, i nipoti, qualche volta trova il tempo anche per il volontariato ; eppure è gelosa del proprio tempo, di quei pochi momenti che ha riservato alla propria persona.

I giovani al contrario non hanno mai il tempo per fare "niente"; se si chiede loro qualcosa hanno sempre da fare (la scuola, la palestra, questo o quel corso, gli amici), eppure si lasciano consumare dalla noia; passano gran parte del tempo libero con gli amici, che sono spesso perfino 'falsi' amici, e non trovano il tempo da dedicare a se stessi.

Non prendo in considerazione gli adulti, le persone 'mature' che hanno tempo solo per il proprio lavoro e per i loro hobby e non trovano tempo per la famiglia, per i figli, per sé.

Il declino fisico e la malattia, lo riconosco, sono a totale svantaggio dell'anziano. Egli deve farci l'abitudine, anche se può contrastarli e ritardarli con l'esercizio fisico e conducendo una vita sana, all'aria aperta, e assumendo un'alimentazione equilibrata. Quando poi viene il male, chiunque sa che deve armarsi di pazienza e curarlo. Molti fanno di necessità virtù e approfittano della malattia, se non è troppo dolorosa e invalidante, per oziare, seguendo quelle letture che avevano rinviato per mancanza di tempo. La malattia può essere anche un'occasione per scrivere, come ci hanno insegnato vari scrittori. Moravia cominciò a scrivere al sanatorio, probabilmente spinto dall'ozio forzato; Pasolini approfittò di una malattia, che lo costrinse a stare a letto per un po' di tempo in un ospedale, per scrivere alcune sue tragedie.

Naturalmente l'occasione di poter leggere e, ancora di più, scrivere la può cogliere solo la persona abituata a farlo, quella che ha mantenuto una certa attività culturale. Il vecchio che non ha interessi culturali, di fronte ad una malattia che lo costringe all'inattività, subito diventa nervoso e intrattabile; si annoia mortalmente e dunque facilmente si irrita e scarica sugli altri il proprio disagio.

In genere vive meglio la propria vecchiaia, la persona che ha svolto nella propria vita un'attività intellettuale che mantiene sempre viva, coltivando letture, interessi culturali e studi. Chi è abituato ad esercitare la mente ha già un antidoto valido contro la malattia dell'invecchiamento perché ciò che fa una persona giovane è soprattutto l'elasticità mentale, che si mantiene solo con l'uso del cervello. Le persone anche molto vecchie che hanno mantenuto la loro attività intellettuale, o che sono ancora in attività, ci appaiono più giovanili: Ciampi, Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Montanelli; hanno oltrepassano facilmente la soglia degli ottanta, e alcuni di loro sono da annoverare fra i grandi vegliardi.

Chi invece non ha esercitato la mente da giovane, spesso invecchia male e precocemente. Chi è che non ha presente la vita monotona, al bar, di certi vecchi nei nostri paesi. Si vedono che giocano a carte dalla mattina alla sera o tengono discussioni stupide e inutili per delle ore; essi sono la vera immagine della vecchiaia, di quella vita inutile e noiosa che nessuno vorrebbe mai fare. E' vero quello che dice Canetti: "La vecchiaia è una diminuzione (solo) per chi non se la merita".

5.       Canetti e la vecchiaia. E' commovente come Canetti parla della vecchiaia; l'elogio che egli ne fa viene dal profondo del suo essere; i vantaggi di cui parla sono gli stesso che lui ha sperimentati, voluti e conquistati con caparbietà: davvero si può dire che per Canetti la vecchiaia è il premio che gli è stato dato in dono per i suoi meriti, per la sua saggezza.

Enumeriamo questi meriti: prima di tutto l'esperienza, la conoscenza degli uomini che gli ha richiesto molto tempo; poi il ricordo: "il pozzo inesauribile - scrive - che l'uomo accoglie dentro di sé con le sue fantastiche forme e deformazioni"; inoltre la possibilità di poter porre a "verifica le norme morali" che si era date: solo "sperimentandole" per lunghi tratti possiamo avere una chiara visione dell'esistenza. "tutto è più prezioso - scrive - quando hai i giorni contati" e poi ancora "niente mi sarebbe piaciuto di più (da bambino) che essere un vero vecchio, e come alcuni desiderano diventare ricchi e non pensano ad altro fino al momento in cui ci riescono, così io non avevo desiderio più ardente che quello di diventare vecchio". Non c'è che dire! Questo Canetti da a tutti una grande lezione sulla vita . A noi non rimane che ascoltare in silenzio e sperare di invecchiare nel modo in cui lo ha fatto lui.

6.      "La puissance des mouches, elles gagnent des batailles, empechent notre ame d'agir , mangent notre corps. (B. Pascal)

7.      "Peu de chose nous console parce che peu de chose nous afflige". (B. Pascal)

8.       La libertà per alcuni consiste nel non accettare ordini , per altri nell'impartire ordini in prima persona. Ma è in questo modo che possiamo intendere la nostra libertà? Certi accettano di essere solo dei gradini di una scala sociale, svolgono il proprio lavoro e si sentono soddisfatti; altri , i più, pensano di poter esprimere pienamente la propria libertà correndo dietro ai loro mobili e incostanti desideri, facendosi servi - per così dire - mal ripagati, delle proprie voglie. Ma la libertà non è un capriccio: essa ha un contenuto etico. Kant vi vedeva l'imperativo morale del "dover essere"; ma anche questa sua concezione della libertà ha fatto il suo tempo e non è accettabile, perché troppo teologica. Non è compito della filosofia dirci ciò che "dobbiamo" essere ma ciò che "siamo" e come e perché lo siamo. Ci illudiamo di fare scelte libere ma le nostre decisioni sono sempre fondate su "motivazioni" già date. La catena delle motivazioni determina il tragitto che prenderà la nostra volontà, come la catena delle cause determina il moto e la traiettoria di un corpo celeste. Noi non sappiamo dire ciò che siamo fino a quando il percorso della nostra vita non è interamente compiuto; ma possiamo dire ciò che 'non siamo' , ciò che 'non vogliamo': nella coerenza che dimostriamo nel fare le nostre scelte e soprattutto nel rifiutare le false alternative, ogni giorno della nostra vita, sta tutta la nostra libertà.

9.       La nostra anima è un organo a tante canne; i respiri, i sospiri, i soffi diversi, i gridi ecc. ci danno tutta la varietà dei toni, dei nostri umori.

10.   Valori di verità. La verità "si dice"; in questo suo pronunciamento sta tutto il 'segreto' della sua 'funzione'; sta qui tutta la sua 'inaffidabilità'.

11.   La nostra vita non ci basta! Questo è un fatto: non ci basta per la sua durata e per le cose che vogliamo. Allora come fare? C'è sempre qualcuno che investe su quella degli altri: lavoro salariato, lavoro in nero, alla pari, part - time, come un negro, sottocosto, servitù,, anche la schiavitù, tutto si è tentato per utilizzare il tempo, cioè la vita, degli altri. Quella di 'farsela prestare' - come dice Canetti - potrebbe essere un'idea per il futuro.

12.   Le cose che uno dice a sé stesso nel diario hanno il sapore di una confessione; per quanto riguarda la sincerità però andiamoci cauti: ci sono alcuni che sanno mentire meglio a sé stessi che agli altri , meglio per iscritto, anche se fanno testamento, che in una chiacchiera confidenziale.

La falsità è la moneta corrente più scambiata ma ha una differenza rispetto alle altre in circolazione: molti la riconoscono subito per quella che è, ma 'fingono' di prenderla per buona.

13.   Johann Wolfgang Goethe. La lettura dei libri a volte ci mette in confidenza con i nostri autori preferiti tanto che ci stupiamo di certe loro frequentazioni che noi non sospettavamo nemmeno: dopo la prima sorpresa esse però ci appaiono 'rivelatrici'. La lettura dei diari del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer mi ha fatto conoscere che da giovane frequentava 'abitualmente' la casa di Goethe, tramite la madre che era una vecchia amica di famiglia del poeta. Sono rimasto colpito dell'intimità fra Goethe, che era già avanti con gli anni, e il giovane Schopenhauer, tanto che li portò a ideare insieme un lavoro di carattere scientifico, che si concluse con un "saggio sulla vista e sui colori". Goethe apprezzava l'intelligenza del giovane filosofo e ne scrisse qualcosa nei suoi diari. Schopenhauer dimostrò sempre una grande ammirazione per Goethe ma era critico sul suo comportamento, ritenuto dall'austero filosofo un po' troppo salottiero. Ora ogni volta che negli scritti di Schopenhauer trovo una 'citazione' di Goethe, la leggo con attenzione e vi rifletto di più.

14.   Indurre gli altri al silenzio; mantenere il silenzio; farsi annunciare dal silenzio: magia del silenzio.

Canetti a Canetti: " Quel che tu hai da dire contro la morte non è meno irreale dell'immortalità dell'anima di cui parlano le religioni. E' perfino più irreale ancora, perché vuole conservare tutto , non solamente un'anima. Un'insaziabilità che è quasi inconcepibile".


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