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mosche2.jpg (24068 byte)Contrappunti alla tortura delle mosche cap. IX

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.       Nostalgia per le persone che abbiamo incontrato occasionalmente nel corso della nostra vita, nostalgia per 'i quasi morti'. Andiamo al mare, incontriamo nella spiaggia persone con le quali stringiamo una tenue amicizia, fatta di incontri ripetuti, sorrisi di simpatia, confidenze brevi, scambi di vedute sul mondo. Poi non le vediamo più come se non fossero più, del tutto, in vita.

2.      Di nuovo sulla metamorfosi. Essere o apparire? Essere sempre uguali a sé stessi, ma apparire diversi? Certo sono importanti le relazioni sociali; teniamo alla nostra 'immagine' esterna, a come siamo nella testa degli altri, ma dobbiamo tenere assai più a ciò che siamo in noi stessi. La cosa veramente 'grave' è essere privi di una propria vita interiore, non riuscire a stare in solitudine, avere di sé un'immagine, 'importata' dagli altri, che non ci appartiene. In una parola: il vuoto dell'anima.

3.       Resurrezione e giudizio universale. Le religioni esprimono in forma mitologica effettivi bisogni dell'anima: il desiderio di immortalità, il bisogno di avere giustizia. La giustizia degli uomini è fallace; come indurre il timore nell'ingiusto? Fra i due bisogni quello dell'immortalità è il vero bisogno 'metafisico' dell'uomo. La realtà della morte che sentiamo inaccettabile e che avvertiamo come 'apparente' ci pone tutti di fronte alla domanda: " Cosa sarà del nostro vero essere dopo la morte?", che è la vera domanda metafisica, insieme a queste altre che coerentemente ci dovremmo porre: "Come eravamo prima di nascere?", "Cosa siamo veramente al di là della nascita e della morte, al di là del tempo che rende questa nostra realtà mera apparenza?".

4.       E' consolante trovare ogni tanto, fra le nostre letture, qualche autore preferito che esprime un'insolita sensibilità sugli animali, senza che ce lo aspettiamo; questo solo fatto ce lo rende più vicino e amato. Leonardo, Pitagora, Ovidio hanno espresso nei loro scritti la loro rivolta morale, la loro commozione, la loro dolorosa disapprovazione per come gli uomini trattano gli animali più miti, riducendoli a carni da macello. Ovidio riporta nelle "Metamorfosi" un brano attribuito a Pitagora che dice:

" Heu! Quantum scelus est in viscere viscera condi

congestoque avidum pinguescere corpore corpus

alteriusque animantem animantis vivere leto!

Scilicet in tantis opibus, quas optima matrum

terra parit, nil te nisi tristia mandere saevo

vulnera dente iuvat rictus referreCyclopum?

Nec, nisi perdideris alium, placare voracis

et male morati poteris ieiunia ventris?"

Ed ancora: " Quid meruistis oves, placidum pecus, inque tuendos

natum omnes, pleno quae fertis in ubere nectar,

mollia quae nobis vestras velamina lanas

praebetis vitaque magis quam morte iuvatis?

Quid meruere boves, animal sine fraude dolisque,

innocuum, simplex, natum tolerare labores?

Inmemor est demum nec frugum munere dignus,

qui potuit curvi dempto modopondere aratri

ruricolam mactare suum, qui trita labore

illa, quibus totiens durum renovaverat arvum,

condiderat messes, percussit colla securi.

Nec satis est, quod tale nefas commimmitur: ipsos

inscripsere deos sceleri, numenque supernum

caede laboriferi credunt gaudere iuvenci."

Finche queste parole continueranno ad essere lette, si può anche sperare che vengano ascoltate e che un giorno gli uomini possano rendere agli animali 'vera' giustizia.

5.       Corsa di parole al Palio di Siena in una gara semiseria. Parole in corsa per la conquista del palio; parole ai canapi: nervose, riluttanti ad allinearsi per partire; parole che scattano al via, chi tiene la briglia le guida saggiamente per tutta la corsa; parole in dirittura d'arrivo: "E' giunto per te il momento delle parole precipitose. Non imbrigliarle! Va' con loro!".

6.       I napoletani sono bravissimi per 'interpretare' la morte, insuperabili. Le commedie di De Filippo richiedono a volte anche il ruolo del 'morto': è quasi sempre un'astuzia della vita che spinge a farlo. Un film di Totò dove lui si sente costretto a fare il morto per sfuggire ad una perquisizione in casa che avrebbe portato i carabinieri a scoprire merce di contrabbando, nascosta sotto il letto. Il maresciallo conosce bene il 'trucco' napoletano e invita il 'morto' ad alzarsi, ma Totò - completamente irrigidito sul letto - non muove un muscolo. Il maresciallo allora promette al finto morto che se risorge non procederà alla perquisizione. Segue qualche secondo di comico silenzio, poi Totò si alza seduto sul letto ed esclama: " L'hai promesso! Spergiuro e traditore sei, se non lo mantieni!" Il maresciallo si sente così costretto a mantenere la 'parola data' e se ne va. (A Napoli tutti si sentono vincolati alla 'parola', è una questione di onore).

1.       Imparare dalla storia che l'uomo in essa ripete sempre gli stessi errori.

2.       L'uomo, grazie alla 'varietà' delle specie animali, dà forza ai propri sogni; gli animali, grazie 'all'unicità' dell'uomo , subiscono come incubi i suoi sogni.

3.       Il disgusto che prova Canetti all'eventualità che altri vadano a frugare nella sua vita mi trova solidale con lui. La vita privata di un uomo di lettere, di un grande autore, non dovrebbe interessare gli studiosi: un autore 'vive' nelle opere; è lì che 'va visitato'.

4.       Se mi interessasse la vita di Canetti andrei a cercarla nella "lingua salvata" e negli altri volumi autobiografici; è con il suo pensiero che voglio confrontarmi.

5.       Gilgamesh, questo poema epico della mitologia babilonese e sumera, ha ispirato la Bibbia e forse anche altre opere religiose: il giardino delle 'delizie' , ricco di pietre preziose, che trova Gilgamesh nel suo viaggio alla ricerca dell'immortalità, è l'Eden, il paradiso terrestre degli ebrei; le acque della morte e il nocchiero che le attraversa sono quello stesso inferno che avevano i greci nel quale si diceva che s'incrociassero parecchi fiumi: il Cocito (o fiume del pianto), l'Acheronte (o corrente di dolore) e lo Stige (fiume dell'odio); ma soprattutto Gilgamesh riporta la storia di quell'evento straordinario del diluvio e dell'arca; quasi con le stesse parole della Bibbia. Gilgamesh incontra l'immortale Utnapishtim, questo Noè sumero, che narra così la storia del diluvio: " Per ordine di Ea , il dolce signore della sapienza, Utnapishtim aveva fatto costruire un'arca, e aveva chiuso ogni apertura con pece e catrame, e su di essa aveva caricato la famiglia e gli animali e aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano, le tempeste infuriavano e i fulmini guizzavano nelle tenebre. E al settimo giorno l'arca aveva approdato su una montagna agli estremi limiti della Terra, ed egli aveva aperto una finestra nell'arca, e ne aveva fatto uscire una colomba, per vedere se il livello delle acque fosse sceso...".

Un re di nome Gilgamesh si dice che visse e regnò ad Uruk, antica e grande città sumera, verso il 2500 a.c.; il suo regno sarebbe durato 126 anni. La sua epopea fu narrata e tramandata a voce per molti secoli, poi fu trovata scritta su dodici tavolette trovate nella biblioteca del re Assurbanipal, durante scavi archeologici del secolo passato. Si pensa che il poema sia stato messo per iscritto molto tempo prima, forse nel secondo millennio a.c.; le tavolette trovate a Ninive sono probabilmente una copia che il sovrano si era fatta fare per la sua biblioteca.

6.       "In un unico accesso di megalomania, purché esploso dopo lunga incubazione, c'è posto per milioni e milioni..." di cadaveri.

7.       Opinioni e correnti di pensiero. Si può dimostrare che tutte le opinioni si possono ridurre a pochi elementari schemi di pensiero.

8.      Appunto. Se uno cerca la propria rovina o quella di un altro, è proprio dentro di sé che deve andare a rovistare. Homo faber fortunae suae.

Se io rovisto nei pensieri di Canetti è anche per dimostrare che la 'sua' rovina non è diversa dalla 'mia.

9.       'L'empatia', ossia mettersi nelle condizioni di un'altra persona senza nessuna partecipazione emotiva. Com'è possibile questa estraneità? Per capirla bisogna considerare forse che un'apparenza di realtà mi fa credere che "io" sono diverso, che l'altro sia appunto "un altro"; per provare compassione , la persona egocentrica deve invece far cadere il velo di Maia che gli impedisce di 'vedere' nell'altro, l'immagine di se stesso: solo allora può dire , guardando un altro: "Questo sono io!" , solo allora può provare la pietà.

10.   Mi piace l'idea che possano passare da Canetti a me, per vie insondabili e misteriose, quelle passioni prese in prestito, quei fraintendimenti che possano risultare più fecondi. Solo a questa condizione mi sono messa anch'io la collana di mosche vive intorno al collo che mi zampettavano a fior di pelle; mi sono sottoposto alla tortura delle mosche senza provare - ve lo assicuro - alcuna sensazione divina, senza andare in estasi.

11.   La sincerità di ogni camuffamento: la maschera.

12.   Anche Canetti fa come quella signora che ogni sera contava i suoi morti: ciò che succede ai suoi morti lo accalora; ciò che succede agli altri gli fa compassione o addirittura spavento: anche per lui certi morti sono più morti degli altri.

13.   Filosofi che 'sanno' a fasi alterne: se trovano uno scienziato sanno solo il 'metodo' di indagine; se trovano un 'vero' filosofo sanno tutto loro e il vero filosofo è un impostore; se insegnano, sanno di non sapere (fanno i socratici); se trovano un teologo, non si occupano di metafisica. Così mantengono il loro potere e vivono in pace e d'accordo con tutti.

14.   Ascesi della brevità. Non bisogna mai sacrificare il pensiero allo stile; viceversa lo stile nasce dalla esatta definizione ed espressione del pensiero. La brevità della frase è una virtù dello scrivere solo se il pensiero è già pronto per essere esposto in forma sintetica. Ci sono pensieri che si possono dire in una frase; ma ce ne sono altri che possono essere resi chiari solo con un volume di centinaia di pagine; ci sono anche volumi di centinaia di pagine che non esprimono alcun pensiero.

15.   La "tortura delle mosche" raccontata da Misia Sert è il delirio di onnipotenza, tipico dell'uomo, unito al vaneggiante, farneticante desiderio, un misto di seduzione e di piacere, di una donna. Solo un Dio crudele, spietato e perverso può procurare deliberatamente alle creature che sono sotto il proprio dominio una tortura simile a quella descritta, ed andare in "estasi"; solo 'un essere' lo può fare sulla Terra: quello umano.

 

16.   Canetti 'non sopporta' i dolori che la gente patisce; tutto ciò che procura 'dolore' vorrebbe allontanarlo. Egli, con assoluto realismo, rifiuta la morte e il dolore del mondo ma sa anche che, coerentemente, dovrebbe non accettare tutto ciò che è stato: La storia. E' dunque costretto a domandarsi: " Come si fa a revocare la storia? Con nuovi tormenti?". Il suo pensiero entra così in un circolo vizioso da cui non riesce ad uscire. Egli crede troppo nel Dio 'ottimistico' degli ebrei e non vuole mettere in discussione le presunte 'verità' di quella religione; la sua visione teistica, che lo induce a proclamare il mondo materiale assolutamente 'reale' e la vita un piacevole dono che ci è stato fatto, gli impedisce di porre il vero problema metafisico dell'esistenza: il perché di questa vita di sofferenze e di dolore, il perché del morire.

Questo problema che è stato posto correttamente dalle religioni orientali (Bramanesimo e Buddismo) in Canetti è falsato dal suo irriducibile 'realismo' e dal suo cieco 'ottimismo'.

Per il Buddismo invece l'esistenza , il reale, è apparente come anche la morte, e la sofferenza e il dolore scaturiscono da una confusione nostra di non sapere 'chi e che cosa' siamo , dal percepire noi stessi come 'entità permanenti', cioè come qualcosa che possiamo 'chiamare' "io", "me" o con un 'nome' qualsiasi.

Canetti non riesce ad andare oltre l'apparenza, oltre il 'nome', oltre la storia e vi resta intrappolato dentro.

17.   Non credo che la sensibilità sia un prodotto dell'esperienza, credo invece che sia una 'qualità' del carattere. Persone sensibili forse si nasce, come si nasce con disposizioni d'animo diverse. Non in tutti vi è la stessa sensibilità ma è anche vero che non si può fare su tutto una questione di sensibilità. Essa è senz'altro una virtù ma non siamo le persone più adatte a valutarla in noi; dal momento che dovrebbe misurare la nostra capacità di percepire stati d'animo e sensazioni altrui, dovrebbero essere gli altri a riconoscerla. Per la psicologia filosofica , la sensibilità è l'attività dei sensi propria di un essere, e anche la proprietà di provare piacere o dolore; essa non fa differenza fra il dolore che si prova per 'sé' e per gli 'altri'. Per me c'è una grande differenza fra la sensibilità orientata verso di sé (percettività) e quella orientata verso gli altri ('pietas' o compassione).

La capacità di comprendere meglio gli altri viene anche dall'esperienza, ma la 'comprensione' dell'intelligenza - come tutti sanno - è diversa da quella del cuore: uno può avere una grande esperienza, può capire tutto e tutti e non riuscire a commuoversi; un altro può avere un grande cuore ed una piccola intelligenza: fra i due tipi di comprensione c'è differenza.

18.   Certe persone sono bravissime a mettere le frasi una accanto all'altra a 'guardarsi' e a 'toccarsi'; riescono a scrivere anche libri piacevoli a leggersi, ma non più di questo: sarebbe fatica inutile cercare in quello che scrivono anche un solo pensiero.

19.   L'inferno è di questo mondo e certi uomini sono i suoi diavoli.

Immaginare l'inferno come parte del mondo aiuta a capire meglio gli uomini. Ad esempio il rapporto fra gli uomini e gli animali si spiegherebbe meglio se immaginiamo che gli uomini sono diavoli e gli animali, le anime dannate. Quanti su questa terra hanno uno o più diavoli che li perseguitano: ricattatori, usurai, sfruttatori, schiavisti, persone capacissime di trasformare la vita delle loro vittime in un 'inferno'?

20.   Fra i 'prodotti di scarto' che tengono in schiavitù l'uomo, oltre alla ricchezza e alla fama, metterei: il piacere sessuale, che è un 'prodotto di scarto' della riproduzione, la noia e la vanità, alla quale - come dice Pascal - appartiene anche la curiosità, che sono i 'prodotti di scarto' della maggiore libertà dal bisogno e che costringono chi vi è soggetto ai più inauditi tentativi di fuga: gioco, TV, intrattenimenti vari e , peggio di tutti, droga.

21.   E' vero! L'uomo conserva dentro di sé tutte le sue età: nell'attesa con cui gratifica ogni nuovo evento si rivela un bambino, nella severità con cui giudica gli altri ostenta la sicurezza dell'adulto, nella delusione che manifesta dopo averli conosciuti si presenta sotto l'aspetto di un vecchio.

22.   Il mondo è pieno di persone che ovunque si trovino si sentono al centro; esse vi hanno messo tanto bene le radici che si comportano come se venissero 'prima degli altri. Il mondo esiste per loro: gli altri sono figure di contorno.

23.   Ancora sul sapere e la sua forma. Ogni sapere ha la sua forma con la quale si esprime al massimo grado: ogni pensiero ha il suo stile.

24.   Sul pensiero laterale. Il pensiero 'laterale' che progredisce a 'scarti', in modo 'ricurvo' , che è nelle preferenze di Canetti, mi convince solo se si tiene conto che a muoverlo è il pensiero 'vero', quello creativo e innovativo. Esso si afferma spesso al di là o al di qua delle linee ufficiali di pensiero condivise da un'epoca e che tengono saldamente la centralità. Il pensiero creativo le scalfisce poi le attacca, facendo cadere sistemi di pensiero e convinzioni che sembravano incrollabili.

25.   Laggiù, dove la gente legge il giornale due volte all'anno e poi dà di stomaco e guarisce, tutti si sono fatti filosofi ma non hanno più lo 'stomaco' per stare in questo nostro mondo di cosiddetta varia 'umanità'.

26.   Laggiù, in quel paese ormai vuoto dove non ci sono 'Capitali' e la gente è andata a stabilirsi ai confini, tutti sono ossessionati dal timore di un'aggressione del vicino e si sono posti là, pronti a combattere fino all'ultimo uomo, per ricacciare indietro l'improbabile aggressore: essi non riescono più a dormire né a vivere, né a morire: L'unico di loro, rimasto solo, lontano dal confine, sogna un mondo senza centri e senza confini.

27.   Laggiù, dove gli uomini si salutano con un grido di disperazione e si accomiatano con un giubilo, è un laggiù lontano nel tempo dove sono rimasti in vita in pochi e se ne rammaricano, perché aspirano a ricongiungersi con i loro trapassati: ogni nuovo nato è accolto da un pianto disperato, ogni morte è un giubilo.

28.   Laggiù, dove le case vuote vengono spazzate ogni ora per accogliere le generazioni future, è lo stesso laggiù di prima, ancora più lontano nel tempo: erano rimasti in pochi pronti a fare l'ultimo trapasso; sopraggiunse allora fra quei sopravvissuti un'indicibile angoscia, una paura che prima non conoscevano di estinguersi del tutto allora una 'rivoluzione culturale' cambiò il loro traguardo: dovevano rimanere in vita, a tutti i costi. Ora i pochissimi rimasti sono là a spazzare le loro case vuote, sperando in qualche nascita.

29.   Laggiù, dove gli offesi chiudono gli occhi per riaprirli soltanto in gran segreto quando sono di nuovo soli, sono questi a sentirsi in colpa. Nessuno ormai più pensa di poter offendere un altro: è per loro inconcepibile, ma è rimasto in tutti un labile senso di colpa, un residuo di suscettibilità che li rende ancora troppo vulnerabili all'offesa.

30.   Laggiù, dove i cibi si addentano velocemente e di nascosto per negare di averli presi, ci sono solo case di cura per poveri e grassi diavoli fantozziani, rimasti a subire rigide diete alimentari che non riescono mai a rispettare.

31.   Laggiù, dove si dice "tu sei" intendendo "io sarei", hanno deciso di assumere questa convenzione saggi amministratori dopo che i loro amministrati continuavano ad aggredire verbalmente gli altri, nonostante i ripetuti divieti pubblici. Ora ogni volta che un cittadino dice , rivolto ad un altro, "tu sei...", è costretto a ripetere la stessa frase cambiando solo il pronome alla prima persona e il modo del verbo, pena il pagamento di grosse multe.

32.   Laggiù, dove si distinguono solo gli avi e si è ciechi per i contemporanei, sono un popolo di vecchi saggi che sanno che le cose veramente importanti sono già state dette, sono state già scritte. Fra di loro esiste un culto assoluto dei classici , detti anche 'canoni'. Nessun contemporaneo può mai ad essere un 'canone'; per diventarlo, occorre un regolare processo di canonizzazione che inizia dopo la morte e che può durare decenni.

33.   "Aspetta un momento !" , dicono, e lasciano cadere la mannaia.

34.   L'esperimento sul tempo di Einstein, il paradosso dei gemelli. Dice che il gemello che corresse su un'astronave alla 'velocità della luce' invecchierebbe meno rispetto all'altro che rimanesse fermo sulla Terra; sembrerebbe dar ragione dunque a chi, per non invecchiare, intendesse viaggiare; ma la saggezza antica suggerisce di non andare incontro al tempo; perché correre se già corre lui? Se vuoi invecchiare a lungo - dicono i saggi - rimani fermo e tranquillo, lascia che il tempo scorra su di te! Chi ha ragione?

35.   Ancora sul pregiudizio. E' vero! Il pregiudizio si rafforza con l'età e diventa con essa più pericoloso per chi ne è soggetto. Il pregiudizio dà la falsa sensazione di poter ricavare più rapidamente una 'verità'; assume in noi quasi la funzione di assioma; ci dà l'illusione della rapidità del pensiero, quando è invece un termometro solo della sua sclerosi. Per una persona anziana il pregiudizio è dunque, prima di tutto, un autoinganno sulle proprie capacità di giudizio. Solo i giovani possono avere il coraggio, a volte la sfrontatezza, di rimettere in discussione tutto, comprese le proprie premesse: solo in loro la perdita di memoria è creativa; per un anziano è purtroppo solo una menomazione. Per questo l'anziano è così geloso della propria memoria, è così attaccato al pregiudizio. Un anziano che rimette in discussione le proprie premesse, i propri pregiudizi, il più delle volte è una mente giovane che ha ancora molte cose da imparare.

36.   I brutti scherzi della memoria non sono solo quelli che la memoria ci fa quando non riesce a riconoscere un volto, a dare ad esso un nome, ma anche quando essa assegna ad una persona nuova un volto o un nome già noti. Nel primo caso la memoria ha al suo interno dei 'vuoti', nel secondo caso è troppo 'ingombra'.

37.   Ognuno si amerebbe di meno se si conoscesse di più! L'amore - come si sa - è cieco ma l'amor proprio è anche sordo!

38.   L'inattività forse rivoluzionerebbe la rappresentazione delle formiche ma fra gli uomini essa sta cambiando radicalmente non solo la rappresentazione che hanno di sé stessi e del mondo ma anche la loro 'interiore' volontà. Per millenni l'uomo ha dovuto lavorare sodo per vivere, dedicando al lavoro quasi tutto il proprio tempo: tanto da poter dire che ha vissuto solo per lavorare. La vita non lasciava tempo 'libero' per coltivare interessi diversi rispetto a quelli del proprio 'mestiere'; l'uomo comune non conosceva il passatempo, gli hobby, non aveva tante curiosità: non aveva tempo per conoscere e praticare la noia. L'uomo era occupato ed assorbito dal bisogno. Anche l'ozio, conosciuto solo dalle classi alte, era un'occupazione,: l'occasione data per studiare, pensare e scrivere, per fare cioè un'attività, come quella intellettuale, da sempre considerata un lusso. In società così concepite non c'era tempo neanche per dare corso a falsi bisogni. Dal momento che gli uomini riuscivano a malapena a soddisfare i bisogni primari era assurdo che dovessero lavorare anche per soddisfare bisogni del tutto artificiali ed indotti.

L'uomo contemporaneo non riesce più a distinguere i bisogni primari da quelli indotti, la sua volontà vuole soddisfare gli uni e gli altri senza distinzione. L'auto, la luce, il gas, il telefono, compreso quello cellulare, sono diventati bisogni 'primari'; chi non se li può soddisfare è sotto la soglia di povertà. Lo stesso tempo libero dal lavoro durante il giorno, a fine settimana e periodicamente per le ferie, è divenuto un bisogno essenziale.

Tutto ciò ha fatto nascere e crescere in modo esponenziale una serie infinita di altri bisogni legati al tempo libero (vacanze, giochi, passatempi, curiosità ecc.) . Combattere la noia è divenuto il primo dei bisogni. L'uomo è passato così da una vecchia schiavitù (quella del lavoro) ad una nuova (quella della noia). Questa schiavitù è molto peggiore della prima perché ha ridotto l'uomo ad una forma di dipendenza più grave e soffocante dal bisogno.

39. Interpretazione dei sogni. Forse nessuna spiegazione potrà rendere sensato un sogno, né l'uomo che l'ha sognato, ma le spiegazioni possono comunque rendere conto di quanto l'uomo sia poco assennato.

40.   Preferisco vedere l'elemento più vitale degli antichi, a noi pervenuto, nei 'miti' piuttosto che nell'idea della metamorfosi. Il mito comprende tutte le metamorfosi e le colloca in un'area del fantastico o del religioso per cogliere in esse unità e relazioni non altrimenti raggiungibili con la sola razionalità. In quest'area dove si colloca il mito non c'è posto per la realtà , né per i miracoli che, per essere credibili, non debbono mai accadere al di fuori di essa.

41.   George Buchner. Non conosco le opere di questo drammaturgo tedesco del secolo passato. Trovo nel dizionario enciclopedico che è nato a Gottelau nel 1813 ed è morto a Zurigo nel 1837, a soli 24 anni. Fra le sue tragedie vi è la morte di Danton (1835) e Woyzeck (incompiuta 1879) che un dramma sociale riconosciuto come uno dei testi più importanti del teatro contemporaneo.

42.   Parla molto degli animali non solo chi si vergogna di come gli uomini si comportano con loro, ma anche chi li perseguita: l'argomento d'interesse preferito di un carnefice è quasi sempre la sua vittima.

43.   L'attimo si spegne prima ancora di averci dato il tempo per 'smistarlo'; operazioni di smistamento e messa in ordine sono applicabili tutt'al più ai ricordi.

44.   Se dovessimo fare una riflessione filosofica sulle guerre, non ci interesserebbe saper chi sono H. oppure S. , la storia ne è piena. Ma se vogliamo fare un nome , ed entrare così nella storia, facciamo conto, di questo secolo, dirò allora che S. è Stalin e H. Hitler; mai "il calcolo dei cadaveri - come dice Canetti - è stato reso esplicito in modo così brutale", come con loro e non solo. Nell'ultima guerra mondiale, quelli dalla parte di Stalin hanno certo dimostrato di trattare la vita umana - se si può usare un eufemismo - con eccessiva 'leggerezza' ; gli Americani avevano un'altra considerazione della vita, ma di quale vita? Della loro, che era diversa dalla considerazione che avevano per la vita di altri popoli: ce l'hanno insegnato d'un colpo lanciando le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Quanto ha inciso, nel determinare gli esiti del secondo conflitto mondiale, la conta dei morti: i venti milioni di morti della guerra a Stalingrado, i centomila morti delle bombe atomiche, i sei milioni di morti ebrei, i milioni e milioni di morti dell'Europa e dell'Asia, dalla Germania, al Giappone, alla Cina?

Il grande regista giapponese Akira Kurosawa, nel film autobiografico "Sogni", immagina che i commilitoni, tutti morti, di un colonnello giapponese, rimasto fortunatamente in vita quale unico superstite, tornino dall'oltretomba, passando attraverso un tunnel, come soldati ancora in armi, fantasmi inquieti e imperterriti, per continuare a combattere oltre il sacrificio estremo come se la guerra non fosse ancora terminata; il colonnello li implora, piangendo, di dimenticare e fa loro un accorato appello affinché plachino le loro anime turbolente, tornino indietro per riposare in pace, infine ordina loro il dietro front. Solo allora questo esercito di fantasmi che non si decideva a muoversi esegue l'ordine e torna indietro nel tunnel. Immaginiamo, come suggerisce Kurosawa, che i soldati morti di tutte le guerre siano ancora in marcia nell'al di là, senza che abbiano ancora trovato la loro pace: c'è nessuno, generale o capo di Stato o di governo, pronto a dare il dietro front a quei soldati, se questo bastasse a placare l'anima di tutti quelli che sono morti? C'è nessuno che sarebbe disposto a dare il dietro front per primo ai propri soldati se questo bastasse a far terminare tutte le guerre?

45.   Frenetico movimento del mondo? Ciò che Canetti definiva 'frenetico movimento del mondo' si è meglio definito alla fine di questo secolo come 'villaggio globale o società dell'informazione'. La corsa, sempre più rapida, di quest'ultimo ventennio, favorita dalle comunicazioni satellitari e dalla telematica, ci sta portando cioè all'annullamento delle distanze e dunque, paradossalmente, alla 'stasi' al quieto vivere di un villaggio, sia pure grande quanto il mondo.

Non possiamo prevedere oggi gli effetti di lungo periodo di questa 'rivoluzione', nel breve periodo si può già prevedere da una parte una forte spinta all'omologazione globale e dall'altra un'involuzione delle culture nazionali a "piccole patrie" su base etnica razziste e xenofobe.

Il problema più immane sarà il riequilibro della densità di popolazione, con l'inizio di una lenta fuga dalle metropoli terrestri.

La cultura del villaggio prenderà il posto delle culture metropolitane? E' troppo presto per dirlo, ma ci sono delle anticipazioni interessanti sui modelli di vita che si affermeranno: si trovano passando in queste vie telematiche, già ora.

La cultura del villaggio va intesa nel doppio senso: reale e metaforico. In senso metaforico ampio; la sua caratteristica principale sarà infatti l'artificiosità, il suo essere una cultura che si alimenta di iperrealtà , ossia di realtà virtuale; essa cambierà il modo di pensare, il modo di passare il tempo libero, il lavoro, la nostra stessa sessualità: in una parola la struttura del desiderio. Sarà la più grande rivoluzione che ha dovuto (subire) l'umanità, quella più densa di incognite. In senso reale infatti porterà alla crescita di nuove 'ansie d'identità' etnica e a dare un "valore" esagerato, artificioso appunto, alle tradizioni locali, al folclore, rivissuti come fatti ideologici (la nuova destra). Tutto ciò porterà alla nascita di nuove contrapposizioni e forse a nuovi conflitti.

46.   Uno della folla si fece avanti; sentiva dentro di sé forte il battito del cuore ma la mente era lucida; tutt'intorno si fece il silenzio. Lo sconosciuto continuò a camminare a passi lenti, per vedere se riusciva a far salire la calma, quella che viene nei momenti difficili, e si fermò solo quando si trovò davanti a Lui: solo allora alzò la testa per guardarlo serenamente negli occhi. Poi disse: " Io ce l'avrei la parola che tu ti aspetti da noi!..." Aveva ancora una certa titubanza e pensò che aveva usato il pronome alla seconda persona senza riflettervi, uno sproposito se considerava davanti a Chi stava di fronte, ma non si pentì di averlo fatto; anche quella scelta contribuiva a metterlo in comunicazione con Lui alla 'pari', ciò era necessario o niente di quello che avrebbe detto o fatto avrebbe avuto più senso - "... te la dirò, ma prima voglio parlarti nella mia vecchia lingua. Ora so che ho dormito a lungo e che questo tempo indefinito è servito a noi tutti come "purificazione"; il mio corpo intatto mi dice che sono sempre quello di un tempo, ma ciò che sento dentro mi fa capire che sono una persona nuova, pronta a seguire una nuova via... ma... la tua attesa tradisce forse una certa ansia e non so se le mie parole porteranno qualche incertezza e delusione..." Era esitante e voleva la conferma che poteva continuare; Lui fece un cenno di assenso, come ad invitare a proseguire il discorso e l'uomo della folla continuò più deciso:

" Non vogliamo sapere niente su ciò che è stato; sappiamo che dolore, vecchiaia, morte e rinascita non apparterranno più alla nuova lingua che sta per fiorire, ma prima di affidarti la parola da cui scaturirà il nuovo idioma, di una cosa vorremmo essere rassicurati". Sapeva di parlare a nome di tutti e che tutti erano uno di fronte a Lui.

"Quale?" rispose Lui, inarcando le sopracciglia,

"che nel nuovo dizionario non vi sia la parola desiderio";

la sua fronte si corrugò e rimase un po' in silenzio, poi rispose:

"Siete consapevoli di ciò che chiedete?"

"Si!",

"Siete tutti pronti ad affrontare il nulla che il tutto pervade?"

"Si!",

"Dimmi allora la parola nuova, la più bella di tutte le lingue, perché io la trasmetta in ognuno di voi!"

"Nirvana!"

47.   Frequenta le persone collocate molto più in alto di lui, per apparire ciò che non è; ha un metodo: pratica la metamorfosi.

48.   Era riluttante alla fede, anzi era ossessionato da Dio; a chi gli domandava perché non credeva, rispondeva sempre: "E' inutile, siamo tutti ostaggi nelle sue mani!".

49.   'Appartenere' ad una schiera, ad un gruppo, ad una classe, ad una generazione, a che? Il senso di appartenenza evidentemente non mi appartiene!

50.   Ragionamento ab absurdum. Anche se questa vita fosse 'ancora più umiliante', l'ha detto mille volte, lui non ci rinuncerebbe! Ammettiamo che la vita è un gioco che Dio fa con noi , se avesse la certezza che Dio a questo gioco bara, si fa beffe di noi (è solo un'ipotesi), continuerebbe a giocare?

51.  "Se questa intelligenza, che in fin dei conti l'uomo possiede, ha un qualche significato, allora, di questo sono certo, è che essa metta in discussione tutto ciò che prende in esame" (E. Canetti)

Grazie Canetti! Non sapevo come altrimenti avrei potuto giustificare un pensiero così azzardato come il precedente.

52.   Le forme degli animali non sono state ancora 'assassinate' perché sono 'care' alla natura. E' lei che le ha protette, ma da ora in poi toccherà all'uomo conservarle.

53.   Ognuno trova sempre prima o poi una mosca che va a posarglisi sul viso; importante è che non vada al naso; se poi uno intende schiacciarla, non affidi il compito ad un suo 'prossimo', senza essersi accertato prima sulle sue 'capacità mentali'. (Saggezza indiana 'Jataka')

54.   Narrare storie per continuare a vivere: ogni nuovo narratore incarna il mito di Sharazade, ogni poeta, salvo - se ben ricordo - uno. Viveva nell'antico oriente nel XII secolo, si chiamava Albucasim el Hadrami e così declamava:

" Il cerchio del cielo misura la mia gloria,

le biblioteche dell'Oriente si disputano i miei versi,

gli emiri mi cercano per empirmi d'oro la bocca,

gli angeli sanno a memoria il mio ultimo zeiel.

Miei strumenti di lavoro sono l'umiliazione e l'angoscia;

volesse Dio che fossi nato morto". (Borges, L'Artefice)

55.   Strano sentimento è l'inquietudine; da cosa nasce: difficile definirlo. Chi ce l'ha dentro cerca di sfuggirvi cercando la compagnia degli altri, ma inutilmente; esso se la porta dietro ovunque vada: questa è l'inquietudine massima. Chi non la conosce dentro di sé, sente che tutto ciò che viene da fuori lo rende inquieto; ma è un'inquietudine dalla quale si può facilmente fuggire, con la vita solitaria. Ne sapeva qualcosa il nostro caro Petrarca che vi faceva continuo ricorso per trovare la pace interiore e per dare al proprio spirito la condizione ideale per lavorare. Cosa può fare la solitudine per lo spirito? Ecco le sue parole: "Solitudo quidem sancta, simplex, incorrupta, vereque purissima rerum est omnium humanorum".

56.   E' il caso di insistere su una certa posizione, anche quando 'sussistono' altri che sono completamente diversi da noi? La posizione degli altri non dovrebbe influenzare le nostre decisioni, neanche in negativo, ma riconosco a Canetti che è difficile in questo caso continuare a mantenere una posizione. Quando a Montale comunicarono che gli era stato assegnato il premio nobel per la letteratura, un aneddoto dice che abbia esclamato: "Un premio nobel proprio a me? Che sia diventato anch'io un imbecille!".

Naturalmente non aveva niente contro i premi nobel; ma il fatto che fossero diventati così tanti ad ammirare la sua produzione artistica gli metteva qualche sospetto che fosse rimasta intatta la sua intelligenza.

57.   Qualcuno diceva che bisognerebbe sempre rileggere subito una seconda volta le opere veramente importanti. Quello che leggiamo solo una volta e poi mettiamo da parte, senza più curiosità, probabilmente non meritava di essere letto neanche la prima volta.

Il fascino dei miti greci io lo misuro in seconda lettura su di me ed alla prima lettura sui miei figli. Ogni volta che leggo loro un racconto della mitologia greca, quasi sempre prima di andare a letto, loro si preparano con il loro solito rituale, ma molto più accelerato, e si distendono sul letto 'senza fare storie' poi sbarrano gli occhi e si preparano all'ascolto. La lettura, sempre di almeno 7-8 pagine, è seguita fino all'ultima parola senza che nessuno batta ciglio; solo quando è terminata, la più piccola comincia a dire: "Ma era corta! Non è durata niente..." ed anche gli altri ripetono con lei le stesse frasi. Da parte mia non ci sono cedimenti: non mi metto a leggere loro altre storie. Spengo la luce e si mettono a dormire.

58.   Nessuno sa, alla nascita, che cosa significa 'esserci': si impara con gli anni, invecchiando. Cosa significa invece 'non esserci' si pensa di saperlo, è una delle prime cose che s'imparano: "Pu!" , dice il bambino; ma quando stiamo per morire non lo sappiamo più.

59.   La 'grandezza' di Pascal viene tutta dalla consapevolezza che ha sui 'limiti' dell'umana condizione e dall'avere chiaro in mente che la grandezza dell'uomo si fonda su questi 'limiti'. In ogni momento egli ha presente questo e lo analizza con estrema lucidità:

"Toutes ces misères - la meme prouvent sa grandeur. Ce sont miseres de grand seigneur, misères d'un roi dépossédé".

60.   La coerenza ha un prezzo: non possiamo contraddirci intenzionalmente, devono farlo gli altri. Ma se gli altri lo fanno , non possiamo soltanto ammutolire: nostro dovere, se non si acconsente, è contraddirli, senza risentimento, senza opposizione: solo per coerenza.

61.   Chi gestisce l'eredità di una guerra, quasi sempre si sente autorizzato a preparare o a condurre quella successiva.

62.   Megalomania. Bisogna stare sempre lontani dalla mania di grandezza: essa è un fungo che cresce all'ombra delle grandi personalità, nel sottobosco dell'animo umano. C'è solo un modo per combatterla: prendersi subito tutta la 'grandezza' che ci spetta, che è quella di essere solo uomini e per il resto riconoscere tutta la nostra miseria. Altre grandezze non è dato a nessuno conquistarle: la ricchezza, la fama, la fortuna, il successo sono tutti 'abbagli' di grandezza, dietro ai quali si nasconde, se ci crediamo troppo, solo la megalomania.

63.   Bandiere? Barriere!

64.   Uno che non era ancora mai stato solo si imbatte in uno che è sempre stato solo? Il disagio va tutto a quello che era sempre stato solo. E' lui che sente di 'subire' il rapporto con l'altro, per l'altro è una normalità; viceversa se chi ha vissuto insieme agli altri si trovasse a dover vivere da solo, vicino ad un altro che vive in solitudine, sarà lui a trovarsi questa volta a disagio, non riuscirà mai ad adattarsi alla vita solitaria e cercherà di trasformare le due solitudini in una compagnia.

65.   "Felici quelli che possono desiderare ciò che non è in vendita" - scrive Canetti - Condivido, ma è necessaria un'osservazione: la quantità e la varietà delle merci in vendita con il 'progresso' della società aumentano (questa sembra la tendenza!) ergo: si restringono per molti i margini di felicità.

66.   Isaac Babel. Ricordo, detti su di lui e su altri anarchici russi il primo esame di storia all'università. Era un rivoluzionario russo, un trockijsta che fu arrestato da Stalin. Morì in uno dei lager staliniani.

67.   Solo in quanto ciechi possiamo progettare? Forse. L'uomo ha bisogno di credere in sé stesso , in ciò che fa; ha bisogno di credere in uno scopo, altrimenti come potrebbe progettare il futuro? Ma ogni progetto dell'uomo è un ponte che si sorregge su pilastri che poggiano su delle incognite: la 'volontà', la chiarezza degli obiettivi da raggiungere, la congruità dei mezzi al fine . Per questo molti progetti non vengono portati a termine o addirittura falliscono sul nascere: una delle 'condizioni' era poco conosciuta, era appunto un'incognita. Chi progetta deve tenerne conto.

Chi progetta deve credere ai sogni, deve sognare con 'realismo'; deve ammettere la possibilità che dal niente possa crearsi qualcosa, se c'è la volontà ed uno scopo chiaro e definito, anche se lontano nel tempo; chi progetta deve saper piegare il futuro alle necessità del presente; ciò che potrebbe anche 'accadere' per chi progetta 'è necessario che accada': deve accadere. In ogni progetto c'è questa tensione volitiva, che tiene uniti due elementi diversi e distanti: un elemento astratto che è presente dentro di noi: la nostra volontà, ed un elemento altrettanto astratto, che è collocato fuori di noi: lo scopo. Solo in quanto non vediamo e non sappiamo ciò che sarà, ci è permesso progettare; solo in quanto non abbiamo una visione, ci è concessa una previsione.

68.  Bisognerebbe che riuscissi a provare come i pensieri crescono tra Canetti e me. Il pensiero può essere stimolato da un'occasione esterna, che può essere anche un altro pensiero, ma poi deve avere una necessità interiore, uno scopo: ecco, ogni pensiero per crescere dovrebbe svilupparsi proprio come un progetto. Se il pensiero viene troncato prima di raggiungere il suo scopo, il progetto fallisce, la mente abortisce. Che fare, per non perdere il piacere di altri pensieri? Non c'è un metodo: solo giocare, noncuranti dell'età: giocare non per vincere, ma per continuare a giocare. (J.P. Carse, giochi finiti e infiniti)

69.   Conosce molte parole; ha un dizionario mentale abbastanza ampio, ma composto di lemmi legati solo ad una parola di cui è esperto lessicografo: questa parola è "piacere". Conosce solo il dizionario delle parole che appartengono al suo gruppo semantico e ai suoi campi associativi eppure ne scopre sempre di nuovi, in continuazione. Ha in testa un intero catalogo merceologico, fatto di migliaia e migliaia di nomi, che possono soddisfare tutti i requisiti che questa parola può richiedere. Non si stanca mai di ricercare altre parole che possono entrare nel campo associativo di quella. Tutta la sua vita è dedicata a questo scopo.

70.   I rovinaparole si trovano un po' ovunque ed è una vera sfortuna incontrarli: se li abbiamo come vicini di casa, bisogna stare attenti che non diventino la rovina della nostra famiglia; se li incontriamo nel luogo di lavoro, dobbiamo evitare di fare loro qualsiasi confidenza sul capoufficio, ci ritroveremmo in grande difficoltà, se non addirittura licenziati; come lettori passano fra una frase e l'altra come elefanti fra le uova: con molta cautela ma stravolgendo i significati (il più delle volte li prendono alla lettera). In libreria, fra gli scrittori, è più difficile trovarli, ma si possono riconoscere qua e là, in certi brutti titoli.

71.   La lode. Quando lo incontri ti riempie di lodi, parla in modo lusinghiero di te con i presenti, ti addita come una persona 'modello' ; appena volti le spalle ne dice malissimo, elenca tutti i tuoi difetti, ti squalifica, fa a brandelli la tua figura, distrugge la tua moralità.

72.   Più religioso di tutti è chi non si lascia imbrogliare riguardo alla morte? Se non ci fosse il problema che suscita in tutti noi la morte, non ci sarebbe alcuna religione; se non ci fosse la morte nessuno andrebbe a pregare: Chi pregherebbe, sé stesso? Ma c'è qualcuno che imbroglia riguardo alla morte? L'uomo non può imbrogliare! Non ha il gioco nelle sue mani, tutt'al più potrebbe ingannarsi. Dio? Lo escludo, solo in un ragionamento per assurdo si potrebbe ammettere. L'unico 'imbroglio' può venire dai nostri sensi, dal modo come percepiamo la realtà: l'unica ipotesi di inganno sulla morte che posso logicamente ammettere è questa: e se fosse 'apparente' la nostra stessa morte? Se sembrasse a noi di morire? Se la realtà, quella che noi vediamo come unica 'vera' , oggettiva realtà, fosse solo 'apparenza'? In questo caso il più religioso di tutti sarebbe proprio chi non si lascia ingannare dai sensi.

73.  New Age. Persone un po' ridicole vengono da tutto il mondo fra le piramidi, per meditare dentro questi templi millenari. Credono che le loro forme nascondano chissà quali indicibili segreti.

74.   Ciò che rimane dei sogni che avevamo dai giovani appesantisce con l'età? E' vero! Per questo , chi vuole realizzare sogni ambiziosi deve farlo quando è ancora giovane, quando la fantasia vola più in alto. L'uomo maturo e soprattutto l'anziano, vogliono restare con i piedi per terra, ma questa loro 'concretezza' sacrifica la visione di parte dell'orizzonte.

75.   La felicità non si cura dello scorrere del tempo; chi è felice non conta il tempo che passa, non guarda alle distanze: le annienta. Solo l'attesa della felicità segna lo scorrere dei giorni e delle ore; ma il tempo dell'attesa non passa mai: esso si consuma lentamente , alimentato da una speranza un po' puerile.

76.   Gli uomini che usano la morte come strumento del potere vorrebbero prendere a modello la natura che la usa indiscriminatamente sugli individui per favorire la specie; finiscono però anch'essi per rimanere vittime, in questo caso del proprio modello.

77.   Grandezza e miseria dell'uomo. Sono sentimenti vani quelli degli uomini? Sono come quelli degli animali prima della macellazione? Non direi! Anche in questo caso darei ragione a Pascal quando dice che gli uomini sono superiori agli altri esseri viventi, quando e in quanto riconoscono la propria miseria: La grandeur de l'homme est grande en ce qu'il se connait misérable; un arbre ne se connait pas misérable".

78.   Il tiranno i suoi nemici e ne dispone in quanto ha , o crede di avere, una specie di investitura popolare che lo autorizza a perseguirli. Tutte le dittature si reggono su questo 'presunto' consenso che fa del dittatore una specie di 'angelo sterminatore' mandato dal 'Dio popolo' a castigare i suoi nemici. Per questo è tanto necessario al tiranno mantenere una propria immagine pubblica: presentarsi alla folla ogni tanto per farsi vedere ed acclamare in occasione di manifestazioni o cerimonie , appositamente allestite, nelle quali si fa vedere che accarezza i bambini, riceve fiori ecc. Soprattutto dopo un bagno di 'sangue', il bagno di folla serve al tiranno come purificazione.

79.   Fernando Pessoa, la sua poesia, la sua straordinaria fantasia, la sua poliedrica personalità e il suo desiderio di rimanere nella vita un semplice contabile.

80.   Proviamo a pensare in modo diverso. Non sarebbe più giusto se al termine di una vita non restasse 'dentro di noi', niente di niente? Se avessimo fatto prima tabula rasa cancellando nella nostra mente tutti i ricordi che appesantiscono il trapasso, tutte le pretese che lo rendono così traumatico agli occhi di chi vi assiste? Non sarebbe più decoroso per chi parte? Ciò che abbiamo in noi prima di morire è una 'pretesa' sulla vita che , dopo la morte, lasciamo in eredità a quelli che verranno dopo di noi. Forse l'uomo non è libero perché troppo rimane in lui della vita che non vuole spegnersi, che 'ricusa' in eterno di spegnersi.

81.   La voglia di dimenticare: inestinguibile; essa è sete di vivere! Il ricordo, incancellabile: è un sintomo che non siamo rassegnati a morire.

82.   Esistono dei vivi di cui non abbiamo mai nostalgia in loro assenza, anche persone di gran pregio; per noi è come se fossero già morti: sono i morti che non ci pesano 'mai' sulla coscienza.

83.   Liberazione dello spirito. Prende consigli da tutti, anche da quelli che lo imbrogliano; dopo ringrazia: non riesce a disprezzare.

84.   La dignità è un abito che non va bene per tutte le misure: essa veste l'uomo da una certa taglia in su.

85.   Deus absconditus. Vuole essere cercato perché così può nascondersi meglio"; quelli che lo cercano gli hanno dato il nome 'convenzionale' di Dio.

86.   Nella riconoscenza 'esagerata' notiamo non la 'cortesia' che si vorrebbe restituire ma 'l'obbligo' che non si vuole: chi è troppo riconoscente restituisce la cortesia e...sbatte la porta!

87.   La celebrità e la fama sono 'capitali di credito' che all'occasione possono essere cambiati in denaro e investiti con profitto altrove. Quanti capitali ha fatto investire la saggia amministrazione della fama di Lady D.; e in Italia con quanta spregiudicatezza un uomo come Berlusconi. pareggia i conti delle proprie aziende e va addirittura in attivo, coprendo il 'debito' dei propri capitali con il 'capitale di credito' che si è fatto con milioni di voti alle elezioni?

88.   I ciechi: la loro immagine del mondo, assillo dei filosofi illuministi.

89.   Il mito 'luogo primigenio' della memoria di Canetti, che con la sua direzione e la sua forza, dà 'senso' alla vicenda più atroce, è per lui l'àncora di salvezza; con esso e per mezzo di esso prende senso l'esistenza. La storia dell'umanità trova spiegazione nel mito. Anche io credo che attraverso il mito si potrebbe arrivare a capire meglio il senso della vita umana (basti vedere i personaggi mitici della tragedia greca) Ma Canetti predilige la commedia, le storie che finiscono bene. E' una visione del mondo la sua un po' ingenua, anche se coerente.

90.   Un passato 'diverso'. La storia insegna; gli storici ne fanno il motivo del loro lavoro: trovare la strada per scoprire un passato sempre diverso, con uomini, donne e storie delle quali non ci eravamo avveduti. Si fa tutto per liberarsi più facilmente di certi passati troppo ingombranti!

91.   La morte di un 'aristocratico' non è più, né meno, della morte del più misero degli uomini o del più potente. La morte di Benito Mussolini. , giustiziato dal popolo, non è meno commovente della morte del Cristo sulla croce. Le morti si equivalgono tutte. Semmai si può fare una valutazione: quelle proclamate sulle piazze ci bruciano di più.

92.   Ogni volta che si sente 'attaccato' si rifugia fra le pagine di qualche libro, in qualche citazione.

93.   L'autentica attività intellettuale richiede sempre di pensare prima e di rileggere e di riscrivere poi.

94.   Da molti destini , un destino da tutti negletto. Dalle attese che suscitano le lotte politiche, dalle tante aspettative un risultato che nessuno voleva: un destino da tutti negletto. E' questo l'esito di certe vicende storiche sfortunate preparare dai movimenti di massa e dai conflitti di questo secolo. Vi risparmio l'enumerazione.

95.   Dare man forte alla vita è tempo sprecato? No! Ma bisogna intendersi. Una donna ha partorito due gemelli: uno normale (up), l'altro down. Ha tenuto il bimbo normale , l'altro l'ha rifiutato, lasciandolo nella clinica dove è nato. Se essa avesse voluto dare man forte alla 'vita' che lei stessa aveva partorito, e non se la sentiva di tenere ambedue, avrebbe dovuto tenere il bambino down, l'altro se la sarebbe cavata senz'altro meglio.

96.   Invecchiando, ci attacchiamo a poche parole, a quelle che non riusciamo più a dimenticare, non perché non siamo in grado di dimenticare a quell'età, ma perché non riusciamo più a creare nuove combinazioni.

97.   "Limitarsi a ciò che in qualche modo ci riguarda? La miseria e la gloria dell'uomo sta proprio in questo: doversi interrogare su cose che non lo riguardano affatto". (E. Canetti)

Scelgo la citazione come epigrafe per il frontespizio di questo libro.

103.                       Il libro di Canetti muore nell'ultimo aforisma con l'idea che la metamorfosi che ha scelto per esercitarsi nella 'elusione' della morte possa servire, se non a lui, a qualcun altro per riuscire un giorno nell'intento. Io, da parte mia, non ci spero più e prendo congedo con questa speranza più modesta: voglio credere che il libro che ho scritto mi abbia aiutato ad accettare meglio l'idea di dover morire anch'io. Da tempo non ho più l'illusione che aveva Almoqtadir il Magrebi, noto poeta arabo del secolo XII, di non dover morire. Egli diceva:

"Morirono altri ma ciò accadde nel passato,

che è la stagione (nessuno lo ignora) più propizia alla morte.

E' possibile che io , suddito di Yaqub Almansur,

muoia come dovettero morire le rose e Aristotele?"

Anch'io ho coltivato per molto tempo questa illusione, fino a quando un giorno, guardandomi allo specchio, mi sono trovato un capello bianco in testa; capii allora e mi sfuggì un grido: "Addio immortalità!".

 


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