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Gabriello  Picconi

                                      Roma     Aprile 1961

Spett.le Ufficio

 

PERSEGUITATI POLITICI ANTIFASCISTI

 

       Io Picconi Gabriello fu Ildebrando nato in Abbadia

5. Salvatore il 30/1/1883 trasferito in Piancastagnaio nel 1885 e residente fino al tutto 1923. Ora da quell'epoca in Roma - Via dei   Sabelli n° 10, combattente nella guerra 1915 - 1918 nel corpo 2 Bersaglieri. Faccio noto a codesto spett.le Ufficio come nel 1955 esposi in Via della Panetteria  un attestato delle insidiose minacce dal 1920 al 1923.

  Tornato dalla guerra fui chiamato a capo dei lavoratori della terra per ottenere terre incolte; avendone ottenuta una quantità di ettari divisi fra i lavoratori stessi,pagando un canone pattuito, fui eletto Assessore Comunale.In seguito all'esposto da me precedentemente presentato, fui chiamato dal Maresciallo dei Carabinieri di 5. Lorenzo al quale ho confermato quanto sopra,  e fu verbalizzato.

 Giunse risposta dall'Ufficio Perseguitati Politici,  di Via della Panetteria,su informazioni dei Carabinieri in cui era scritto: - Non avendo subito prigione e confine ero escluso da ogni assegnazione e ogni diritto. Presa visione della nuova legge del 31 Marzo 1961, torno ad elencare brevemente quanto segue: - L'anno 1920 trascorse quasi senza nessun incidente. Sopraggiunse il

famoso fascismo;  incominciarono le minacce e le intimidazioni.

  Il 7 Maggio 1921 ci fu un'adunata fascista,  capeggiata dall'allora On. Sarrocchi; in seguito a tale riunione nella quale si decideva nei miei riguardi ed avendo ricevuto delle altre minacce fuggii dal paese con mia moglie e due figli piccoli.

  Dopo un' periodo di tempo feci ritornare la mia famiglia in paese, io sapendo di essere ricercato rimasi per la campagna. I miei congiunti a casa trovarono l'uscio aperto e nell'interno tutta la mobilia fracassata. Io a mia volta ero costretto a dormire nei pagliai e di tanto in tanto tornavo, di notte, in paese per rivedere la famiglia, ripartendo nelle prime ore del giorno.

  Il 24 Giugno dello stesso anno arrivò in paese un personaggio da Siena, dichiarandosi Pubblico Ministero, il suo nome era Dott. Chiurco, il quale fece chiamare mia moglie e le garantì che se fossi tornato in prese sarei stato sotto la sua protezione. In seguito a tale promessa, fiducioso tornai in paese anche perché abbattuto, demoralizzato e malaticcio. La notte stessa, verso le ore 23, mentre mi trovavo  a letto, udii dei rumori insoliti e subito dopo bussarono alla porta ed una voce mi intimò di aprire entro un minuto. Mi alzai ed ancora in camicia andai ad aprire la porta e trovai di fronte a me due forestieri, Rossi e Vecchia, i quali mi puntavano addosso le loro pistole. Alzai le braccia e senza darmi neppure il tempo di vestirmi fui portato alla sede del fascio e durante il tragitto fui coperto di nerbate e tale spettacolo fece radunare dietro a noi parecchie persone.

  Entrati nella sede, affollatissima, fu unanime il grido - morte, morte! - che i forestieri stessi placarono, questi a loro volta non sapendo cosa fare chiamarono delle persone più autorevoli, le quali mi imposero di dare le dimissioni da Assessore Comunale e di rinunciare ai terreni ottenuti. Tale rinuncia mi fu fatta firmare. Mi ribellai però quando un certo Serafini Filippo pretendeva una dichiarazione  nella quale dovevo dichiarare di averlo aggredito.

 Non rispondendo a verità mi rifiutai dichiarandomi un onesto lavoratore e non un assassino. Per tale rifiuto fui minacciato di morte. Dopo di ciò mi disse: - Devi iscriverti al Fascio- io risposi: - Non mi sento di appartenere a tanta vergogna -. Tali parole fecero scatenare nella sede un inferno, potei lasciare la sede protetto dai forestieri i quali mi ordinarono di lasciare il paese e così ero costretto di nuovo alla campagna. Presentai denuncia contro Filippo Serafini, Morazzini Giacomo, e Brogi Francesco per quanto fattomi, tale denuncia scatenò il terrore nella mia famiglia, per evitare ciò Lui costretto a ritirare la denuncia sia dal Comando dei Carabinieri che dalla Pretura di Radicofani.

  Giunse il 1922 ed alla vigilia delle elezioni politiche fui trasportato a forza dal solito Serafini e da altri alla sede. Lì trovai le vere autorità - Cav. Piccinelli Mario, Dott. Borsari, Benvenuto Ricci ed altri -. Ascoltai tutte le loro richieste e chiesi una tregua, mi fu accordata e fui congedato, ma mentre scendevo le scale semibuie fui colpito   alla testa da una nerbata che mi lasciò privo di sensi. In   seguito a ciò lasciai il paese e venni a Roma. Nelle feste natalizie del 1922 tornai in paese per rivedere la mia famiglia,restai nascosto in casa per una settimana ma per caso fui visto e subito la notizia si seppe. Il giorno del 10 dell'anno 1923 sotto la mia casa ci fu un affollamento di fascisti capeggiati un certo Boschi Pietro e Venturini Ulderico, tutt'ora viventi, che con la forza entrarono in casa e mi condussero nuovamente alla sede del fascio, costringendomi a cedergli gli incartamenti dei terreni tanto duramente conquistati. All'uscita della sede il Boschi mi seguì con un grosso bastone ma potei sfuggirgli con l'aiuto di mio figlio appena sedicenne e pertanto fuggii nuovamente dal paese. Uno dei miei collaboratori, certo Arezzini Giuseppe,fu ricattato e gli imposero  pedinarmi in qualsiasi luogo mi fossi trovato ed io cercai ogni mezzo per sfuggirgli. Un giorno mi scovò ma riuscii a sfuggirgli nascondendomi in una stalla, e costui indirizzò verso me queste parole: - Per te l'ora è segnata, presto sarai all'altro mondo- .

 Denunciai tutto alla pretura nella maniera più segreta ma quando giunsero gli atti per l'udienza si scatenò su me e famiglia l'eruzione di un vulcano e mi dissero che se l'Arezzini fosse stato condannato per me era la fine e così per evitare il peggio dovetti difenderlo nei limiti del possibile ma fu ugualmente condannato a 11 giorni di carcere: questo accadde il 7 Gennaio 1924. Il giorno 9 verso le ore 24 la mia casa fu nuovamente accerchiata dai fascisti i quali mi ordinarono di lasciare per sempre il paese. In quell'occasione il maresciallo dei Carabinieri evitò la violazione di domicilio. Fuggii dalla finestra calandomi con una corda  e

mi recai a Roma dove fui raggiunti in seguito dalla famiglia.

 Durante lo sfollamento dell'ultima guerra, poiché  a Roma risiedevo nel quartiere 2. Lorenzo, ritornai in paese con la famiglia e nel 1946 fui ricoverato nell'ospedale civile di Abbadia 2. Salvatore per deperimento organico e anemia perniciosa. Fu riscontrato che tali malattie erano sopraggiunte in seguito a quei duri anni trascorsi tra privazioni e sofferenze, e furono dichiarate inguaribili. Al termine della guerra ritornai nuovamente a Roma e fui sottoposto alle cure del Prof. Torrioli per tre anni circa. Sono sottoposto tutt'ora a continue cure.

 

       Io sottoscritto Picconi Gabriello dichiaro che quanto sopra risponde a verità in ogni particolare fatta eccezione in qualche errore di data.

 

       In fede

                Picconi  Gabriello


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