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mosche2.jpg (24068 byte)Contrappunti alla tortura delle mosche cap. IV

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1.      Avrebbe voluto strapparsi via quel cerchio pulsante che ogni tanto gli stringeva la testa; ma quando il dolore era passato , com'era profondo il suo respiro! Com'era grato a quelle venti gocce di novalgina.

2.       Avere pudore alle orecchie, al tatto, alla vista, ad ogni organo di senso! C'è nel pudore qualcosa che ci riscatta, ci purifica, ci rende nuovamente innocenti come bambini.

Il pudore è un allarme che risiede nella nostra coscienza: la difesa naturale che l'anima pulita ha contro le invasioni della volgarità; il pudore è un guardiano discreto e delicato che non dice troppo (lascia intendere) messo lì a difesa della nostra intimità.

3.       Non era in odore di santità; non aveva detto più da quando ero bambino la parola "Signore" con implorazione; non gli sarebbe stato facile dirla in preghiera e non aveva neanche la vocazione per farlo! Ma se esisteva un 'Signore' del mondo, di una cosa avrebbe voluto essergli grato. Se un giorno gli fosse stata data l'opportunità lo avrebbe ringraziato per avergli dato, insieme alla nascita, il declino: in una parola per avergli regalato la morte.

4.       Canetti vuole vedere uniti insieme amore e legittimità! Non lo pensavo così convenzionale. Il loro unione è soprattutto d'interesse e difficilmente i due vanno d'accordo e stanno poco insieme, soprattutto se li si 'costringe' al matrimonio. Quando l'amore inizia i suoi tradimenti la legittimità non lo perdona e se ne va; quando invece l'amore muore, la legittimità resta ma solamente per fare il suo funerale, per sistemare le questioni legali e l'eredità.

5.       Un ladro di pensieri che non riesce a pensare, non riesce a capire come ha fatto a rubare il suo stesso pensare.

6.       Come si fa a sopportarli questi nostri contemporanei che si comportano esattamente come noi? Che come noi invadono i sottopassaggi, i marciapiedi, i supermercati, le corsie di ospedale, i cimiteri? Che come noi vanno in vacanza in località di mare altrettanto affollate, a noleggiare un posto al sole in bagni periferici, altrettanto affollati di quelli del centro, e si stendono sulle sdraie, stretti come sardine, fianco a fianco, ascella con ascella, stesso alito, stesso sudore, stesso odore? Come si fa a convivere con persone in ogni minuzia uguali a noi? Tutto coincide salvo una cosa: appena posso lascio tutti a terra, prendo una penna, il mio blocchetto di appunti e volo via con la mia fantasia.

7.       Di parola in parola la sua confusione aumenta, fino a quando raggiunge la 'sua' chiarezza massima, dopo di che lui volta le spalle e sparisce.

1.       A volte mi torna alla memoria un racconto di I. Calvino, del libro "Gli amori difficili", nel quale c'è un personaggio un po' miope che vive in paese e che tutti conoscono e salutano quando passa. Lui ha un buon rapporto con tutti ma non contraccambia quasi mai il saluto perché, a causa della sua miopia, non riconosce nessuno. Un giorno compra finalmente gli occhiali da vista e gli si apre un mondo nuovo, preciso in ogni dettaglio, perfetto e riconoscibile. Ora per la strada saluta tutti ma, con quegli occhiali al viso, è diventato quasi un'altra persona, nessuno lo riconosce e lo saluta più.

2.      L'uomo cosiddetto "socievole" fa la fame per sette giorni e poi va a cercarsi il cibo insieme agli altri lupi.

3.       Idee platoniche. Una di queste è che l'immortalità esista già fra gli animali, ma loro non lo sanno, anzi non si pongono proprio il problema. Essi vivono da sempre un perenne presente (un "qui " ed "ora"), come il primo giorno. L'idea platonica immortale che essi incarnano è la loro "specie". Tramite la specie essi vivono la propria immortalità.

4.       So stare fin troppo bene da solo, tanto lo so far bene che 'mi isolo' a volte anche quando sono in compagnia! Mi isolo in famiglia, dove spesso devono sopportare la mia presenza - assenza ( io li sopporto bene perché so mettere fra me e loro il paravento della mia distrazione); loro invece mal sopportano me e le mie 'evasioni' letterarie e , quando scrivo, ricambiano la mia distrazione con la loro reazione: un misto di disinteresse e di altezzosità che toglie ogni valore alle mie occupazioni. Ruotiamo così su mondi paralleli, con qualche incontro occasionale e molte incomprensioni, soprattutto fra me e mia moglie.

La mia comunicazione con loro, quando sono così impegnato, è naturalmente difficoltosa. Le parole che dicono le ascolto poco e spesso mia moglie è costretta a ripetermi le sue raccomandazioni che altrimenti, dette una sola volta, lascerei cadere. Le mie parole spesso non vengono capite (mi si attribuiscono intenzioni malevoli che io non ho) per cui hanno un effetto, soprattutto su mia moglie, abbastanza 'devastante'.

La scrittura dà a me l'occasione di chiarire il mio pensiero e di mitigarne gli effetti, dal momento che ciò che metto per iscritto gli altri non lo leggono ed ha effetto solo su di me ( un positivo effetto calmante, rilassante). La scrittura mi offre un altro vantaggio: spesso nella comunicazione con gli altri mi nascono osservazioni e "battute" che non potrei esprimere oralmente (sarebbero prese per fisime troppo intellettuali) e allora lascio da parte la battuta e finisco per mettere per iscritto, in modo più compiuto, quello che avrei voluto dire.

12.   La mia parola scritta sta cominciando a creare le prime vittime tra i miei famigliari: loro si sentono trascurati da me, si sentono messi da parte quando scrivo: appunto vittime, per quanto mi riguarda, mi sento per reazione 'incompreso'; avverto la loro indifferenza, a volte la loro ostilità e la loro muta 'derisione' e mi sento anch'io una vittima. Eppure tutto quello che scrivo è animato da una ' santa' intenzione: non vorrei mai far del male a qualcuno con le mie parole, tanto meno con le mie azioni; per questo 'sparo' le mie cartucce (le parole) ' a salve' , puntando sempre in alto. Qualche volta punto così in alto che rischio di colpire - faccio per dire - lo stesso Dio. Se per caso metterò a segno, involontariamente, qualche battuta contro di lui, Canetti mi sarà riconoscente: avrei colpito il responsabile delle migliaia e migliaia di omicidi legali (le morti naturali) che lo stesso Canetti mai avrebbe autorizzato. Se qualche mia battuta colpirà invece Canetti mi sarà riconoscente Dio, perché avrei colpito il suo massimo accusatore.

13.   Un giorno un mio amico, conosciuto occasionalmente nel mio pellegrinare fra una scuola ed un'altra, mi confessò un episodio davvero singolare: si tratta di un fatto che gli procurò una profonda umiliazione, in relazione proprio alla sua professione di maestro elementare.

Lavorava - mi disse - in una località di provincia del sud dove ancora la professione di maestro era altamente considerata: tutti pronunciavano ancora la parola 'maestro' con quel sentimento di rispetto e di riverenza che veniva riservato al primo educatore dei loro figli e lui non faceva eccezione: era da tutti salutato e stimato.

A quel tempo aveva una storia sentimentale con una ragazza molto più giovane di lui. Di lei si sentiva innamorato e la coccolava, qualche volta la viziava, portandole in regalo cioccolatini o graziosi oggetti di abbigliamento: era insomma la sua 'Lolita'.

Qualche volta, quando lui si era trovato con lei nei negozi o al supermercato, le aveva perfino voluto dimostrare tutto il suo amore e il suo 'coraggio', sottraendo ( non mi sembra che usasse il termine 'rubare') da un bancone o da uno scaffale qualche piccolo oggetto: un profumo, un mascara o un indumento intimo e poi glielo aveva offerto in dono per fare un omaggio alla sua femminilità. Ambedue ne avevano riso di gusto ed avevano rafforzato il proprio amore, con la complicità.

Un giorno andò da solo in città ed entrò in un supermercato. Era una giornata di luglio veramente afosa e si mise a girare fra i banconi, godendosi il fresco dell'aria condizionata del locale. Ad un tratto pensò di fare un piccolo regalo alla sua ragazza; vide delle mutandine ed un reggiseno molto sexy e li fece scivolare, senza pensarci su, nella tasca. Fece qualche altro piccolo giro nel negozio, poi si avviò verso l'uscita. Appena fuori dalla porta fu fermato da uno sconosciuto che lo invitò, con modi bruschi e autoritari, a rientrare. Fu accompagnato sul retro , dove si trovavano gli uffici, e fu introdotto in una stanza dove c'era un impiegato, forse un capoufficio. Quest'ultimo spiegò al mio amico che le sue azioni erano state osservate e registrate dalla telecamera interna a circuito chiuso: il suo furto era stato scoperto. Fu invitato a posare sul tavolo la refurtiva e a presentare un documento di riconoscimento: non sarebbe stato denunciato alla polizia - gli disse - se avesse restituito ciò che aveva rubato e se avesse acconsentito a pagare una multa di risarcimento. Lui, sentendosi scoperto, mise le mutandine e il reggiseno sulla scrivania e tirò fuori dalla tasca la sua carta d'identità. L'uomo aprì il documento, lesse i dati anagrafici, e chiese: "lei è un impiegato dello Stato? E' un insegnante?", "Faccio il maestro elementare!", rispose. L'impiegato guardò le mutandine e il reggiseno che erano posati sulla scrivania, osservò bene il mio amico da capo a piedi e, con un'espressione di commiserazione dipinta in volto, gli disse: "Non si vergogna, maestro, lei, con la sua posizione e la sua età, a rovinare così il suo onore per...? Vada, vada! Se è intelligente non lo farà più!".

Il mio amico si avviò verso l'uscita profondamente umiliato: in quel momento avrebbe voluto sprofondare. Perché si era messo a rubare al supermercato?

Prima di chiudere quell'argomento mi disse: "Ero entrato in quel supermercato come una persona rispettabile, ne uscivo distrutto; mi sentivo osservato da dietro peggio di un ladro, come un maniaco sessuale, come un feticista e soprattutto come un pessimo educatore al quale avrebbero dovuto togliere, da subito, la possibilità di stare con i bambini".

14.   Parole che vanno a fondo nell'anima, tanto sono pesanti; parole che galleggiano sulla superficie della coscienza, tanto sono leggere; parole che volano sulle ali della fantasia, mosse da un soffio di desiderio e svaniscono su un cielo di speranza; parole che scoppiano come palloncini al primo contatto con una spigolosità.

15.     Torture atroci. Di che cosa si è capaci, di che cosa no? Ci sono alcune persone, che probabilmente provengono dalle stesse fila di quelli che non alzerebbero un dito vedendo un proprio simile morire di fame, che in determinate situazioni sarebbero capaci di trasformarsi in aguzzini, e di infliggere le più atroci e inutili torture; queste persone non ci penserebbero su a rifare paralumi con la pelle delle loro vittime.

16.   Agitatore, mestatore. E' colui che in una democrazia trama nell'ombra e in gran segreto per spingere i suoi simili gli uni contro gli altri. Pubblicamente è un mediatore, un pacificatore.

1.       Mi indispettisce e mi rende nervoso se persone che mangiano nel mio stesso tavolo, persone che conosco, non mi prendono troppo sul serio. Starli a sentire mentre esprimono giudizi, a dir poco superficiali, su argomenti da me toccati e per loro incomprensibili, mi rende muto e furibondo. Ho come il senso di essere una pelle buttata lì ai loro piedi a fare da zerbino. Eppure di cose da dire su di loro ne ho, cose 'giuste' che li riguardano.

2.       I paradossi di Canetti, le sue fantasie estreme mi spingono a fare contrappunti con il massimo di concretezza; i suoi voli pindarici mi costringono a stare con i piedi ben piantati per terra.

Ci potremmo nutrire tutti bene nell'infanzia, tanto "da non avere più bisogno di mangiare in seguito", come auspica Canetti, se cominciassimo ad astenerci dal mangiare in eccesso fin da piccoli. In passato l'obesità si combatteva cominciando ad insegnare ad i bambini una sana educazione alimentare o s'introduceva una dieta ma , considerando i tempi di consumismo e di obesità dilaganti, si potrebbero già introdurre nelle scuole corsi di 'ascetismo', fin dalla prima infanzia. Lo scopo principale di questi corsi dovrebbe essere quello di correggere un errore fondamentale con cui tutti nasciamo, un errore - diciamo così - innato: quello di credere che con la nostra nascita siamo tutti giunti nel migliore dei mondi possibili e che la felicità e lì, dietro l'angolo, pronta ad aspettarci. Si dovrebbe insegnare ai bambini sani cosa è il dolore, a quelli ricchi la povertà, a tutti la vecchiaia, la morte, la noia e tutti dovrebbero esercitarsi a negare la propria volontà, a guardare con 'sospetto' ai propri desideri, anche quelli più elementari. Gli alunni più bravi, al termine del corso, avrebbero imparato ad esercitare il pieno 'controllo' della propria volontà e non sentirebbero più bisogni impellenti, neanche quello di mangiare.

19.   Apparenza della morte. Lo solleva il pensiero che forse nessuno è veramente morto e che la nostra morte non sia 'reale' ma appaia a noi così irrimediabile, come un'estinzione, solo in virtù dell'effetto del tempo; torna in lui il pensiero che ciascun morto potrebbe essere lì presente con lui, anzi che potrebbe 'sentire' ed 'essere' tutti i suoi morti, tutti i morti della terra, ma solo se morisse il tempo dentro di lui.

 

20. Aiutare senza ottenere nulla in cambio. Mi viene in mente un episodio che ha coinvolto me e la mia classe circa due anni fa. Insegnavo lettere nella scuola media di C. e avevo fra gli alunni una ragazza albanese che viveva provvisoriamente e precariamente in un campo profughi, a pochi chilometri di distanza della scuola, a P. in provincia di Siena

Era una ragazza timida e taciturna che era arrivata a P. da alcuni mesi, insieme ad altri profughi. Erano clandestini e, come tali, erano stati accolti nel 'campo' in attesa di trovare un lavoro in Italia o di essere rimpatriati nel loro paese. La ragazza, di un anno più adulta degli altri, si chiamava E. Fin dai primi giorni di scuola, E. dimostrò di avere una particolare propensione allo studio. Conosceva abbastanza bene la lingua italiana, nonostante fosse in Italia da pochi mesi, ed era in grado già di studiare da sola sui libri di testo italiani, cosa che non riusciva altrettanto bene ai suoi compagni di classe. E. non ebbe difficoltà quindi ad inserirsi nella classe terza, ma socializzava poco con i coetanei. La vedevamo spesso da sola, durante la ricreazione, piuttosto appartata dagli altri, spesso con un libro in mano. Era cortese con tutti ma aveva poche amicizie. Parlava poco nelle interrogazioni ma dimostrava di avere conoscenze ben strutturate; negli scritti rivelava una maturità che gli altri non avevano. Ricordo un compito in classe, sulla poesia "Il passero solitario" di Leopardi, particolarmente bello, che lessi persino in classe, tanto mi era piaciuto.

Venne regolarmente a scuola fino a tutto Novembre, poi , una mattina dei primi giorni di Dicembre non arrivò. Qualcuno diceva di averla vista in giro con il padre perfettamente in salute; altri nella classe dicevano che in paese si era sparsa la voce che alcuni profughi erano stati rimpatriati in Albania, forse anche a lei era toccata la stessa sorte. Noi speravamo che non succedesse ed aspettavamo fiduciosi il suo rientro. Anche il giorno dopo non si vide. Avemmo poi la conferma di ciò che temevamo: durante la notte era stata forzatamente rimpatriata insieme ai familiari (babbo e mamma) e a molti altri profughi di P. Il 'campo' non esisteva più: era stato smantellato.

La notizia fece a noi insegnanti e alla classe molta impressione perché le autorità italiane avevano preso la grave decisione all'ultimo momento, senza comunicarla a nessuno; neanche la scuola era stata preventivamente avvisata, anche se accoglieva diversi ragazzi albanesi. L'impressione fu enorme quando si venne a sapere che E. e gli altri profughi erano stati svegliati e costretti ad alzarsi durante la notte, erano stati fatti salire con la 'forza' sui pullman ( vi erano state anche scene commoventi di pianto e tentativi di resistenza e di fuga) ed erano stati condotti all'aeroporto militare della città di P., da cui erano partiti per Tirana. Insomma si era trattato di una 'deportazione' in piena regola. Ricordo che quel giorno non riuscii a trattenermi e piansi per un po' in classe, davanti agli alunni; piansi per E., piansi per rabbia, piansi perché la scuola era stata tanto umiliata e perché avvertivo che questo plateale atto di discriminazione razziale (non saprei come meglio definirlo), questo 'sopruso' stracciava tutti i valori di uguaglianza , di giustizia , di umanità su cui si fonda la nostra scuola.

La scuola non poteva accettare 'passivamente' la deportazione di E. e nei giorni e nei mesi che seguirono, noi insegnanti, io per primo, insieme agli alunni della classe, cercammo in tutte le maniere di muoverci per fare qualcosa che rendesse 'nullo' quell'atto; c'era un solo modo: far tornare E. nella sua classe.

Scrivemmo una lettera di protesta al prefetto, rilasciammo un'intervista al giornale che venne pubblicata nella cronaca cittadina, scrivemmo anche al ministro della P.I. ma soprattutto cercammo di riprendere un contatto, di stabilire un canale di comunicazione con E. Dove era stata portata E. ? Come viveva? Avrebbe cercato di mettersi in comunicazione con noi, per telefono o tramite una lettera? Le lettere scritte al prefetto e al ministro non ebbero risposta ma, dopo una settimana, ci arrivò una cartolina da parte di E., poi una lunga lettera. In questa spiegava come aveva vissuto quei terribili momenti, esprimeva la volontà propria e dei famigliari di voler tornare. Spiegava anche che nei giorni precedenti la partenza forzata dall'Italia, il padre aveva trovato un appartamento in affitto - che avevano dovuto lasciare ad altri albanesi che erano restati - e che aveva avuto assicurazioni certe di lavoro da parte di un'azienda locale. Dava infine l'indirizzo e il numero telefonico dei 'conoscenti' che temporaneamente li ospitavano, in un paesino vicino a Tirana. Era la lettera che aspettavamo! Potevamo aiutare E. con qualche speranza di poterla far tornare insieme alla famiglia, adducendo i motivi di lavoro del padre ( i motivi di studio della figlia erano importanti per noi, purtroppo non avevano nessuna importanza per le autorità italiane: la legge sull'immigrazione non li contemplava.)

Telefonammo subito ad E. e le demmo assicurazione che non ci saremmo rassegnati al suo allontanamento ed avremmo fatto tutto quello che era in nostro potere per farla tornare. Mi raccomandai che continuasse a studiare e a scriverci; le suggerii anche di raccontare in un diario la sua vita al campo profughi di P. e le promisi che le avremmo telefonato ogni settimana perché sentisse la scuola più 'vicina', per farla parlare con i compagni di classe, per darle i compiti e per tenerla informata sulle iniziative che avremmo intrapreso e su altre 'eventuali' novità.

Da quel giorno ogni mercoledì (giorno in cui a scuola c'era il prolungamento di orario e facevamo una pausa più lunga per la mensa) parlavamo con lei. Lei si faceva trovare dall'altra parte del telefono, insieme alla madre, parlava con le amiche, chiedeva notizie sugli altri e soprattutto chiedeva i compiti : voleva sapere dove eravamo arrivati a storia e a geografia, cosa era stato fatto durante la settimana a matematica, a geometria, a scienze..

Chiedeva libri. Era dovuta partire in tutta fretta ed aveva lasciati al campo i pochi libri scolastici che aveva; le promettemmo che le avremmo inviato tutti i libri che le mancavano ; glieli avremmo fatti avere per posta o in qualsiasi altro modo. I libri le arrivarono presto. Avevo confezionato un pacco e avevo trovato un volontario della misericordia di P. che si impegnò personalmente a portarlo all'aeroporto di P. e a farlo arrivare direttamente a Tirana, dove sarebbe stato preso da una suora e fatto recapitare all'interessata.

Nelle settimane successive ci arrivarono altre lettere da parte di E.. Una di esse era indirizzata al prefetto e la facemmo pubblicare nella cronaca cittadina di un giornale regionale, anche per far conoscere il suo caso. Il prefetto la lesse e s'impegnò pubblicamente, con il giornale, ad adoperarsi per far tornare E. con la sua famiglia. Qualcosa si stava muovendo! In seguito a queste pubblicazioni si interessò al caso di E. anche il comune di C., tramite la signora B. , assessore all'istruzione. La signora B. s'interessò molto al caso di E. e lo prese veramente a cuore, impegnandosi anche a trovare una casa per tutta la famiglia di E. nel caso fossero riusciti a tornare a C. Rimaneva il problema del lavoro per il padre di E. ma per lui già c'era - come ho detto - un formale impegno di un imprenditore locale, proprietario di una fungaia, l'ingegner V., già prima che E. partisse. Mi misi in contatto io stesso con l'ingegner V.; la vicenda di E. aveva profondamente commosso la moglie dell'ingegnere, signora L.: tutti erano addolorati per quello che era successo ad E. e alla sua famiglia che conoscevano bene perché il padre e la madre di E. avevano lavorato saltuariamente per l'ingegnere. Il lavoro non era molto sicuro ma l'ingegner V. aveva dato assicurazione alle autorità che avrebbe assunto il padre di E., insieme ad altri albanesi, nella sua fungaia; al tempo in cui E. era stata allontanata, stava predisponendo i documenti per regolarizzare l'assunzione del padre, ma questo formale impegno non era neanche stato preso in considerazione dall'autorità prefettizia e la famiglia di E. aveva avuto il destino riservato a tutte le altre famiglie di albanesi senza lavoro e dunque prive di un mezzo di sostentamento: il rimpatrio forzato!

Nei mesi successivi si esperirono tutte le vie che conoscevamo per raddrizzare il torto che era stato fatto ai genitori di E. Essi, prima che fossero rimpatriati, erano riusciti a trovarsi una casa ed un lavoro ed avevano quindi tutto il diritto di rimanere in Italia, nel rispetto della legge sull'immigrazione (la vecchia legge Martelli); avevano dunque subìto un vero atto di 'abuso' da parte delle autorità, una violenza illegale e gratuita.

I contatti fra me, la signora B. e la signora L. si fecero molto frequenti. Ci sentivamo per telefono quasi tutti i giorni per comunicarci le ultime notizie che avevamo su E., per prendere qualche iniziativa, per sollecitare il prefetto a fare la sua parte, per regolarizzare i documenti con l'ispettorato del lavoro al quale era stata avanzata la richiesta di assunzione nominativa di suo padre.

 

Un giorno ebbi anche l'occasione fortunata di incontrare il ministro della P.I. che aveva una seconda residenza nel mio paese a R. Lo trovai al supermercato che faceva la spesa come un qualsiasi paesano. Mi feci coraggio, lo fermai e gli parlai di E. e del suo caso. Gli dissi che la scuola doveva fare qualcosa; mi ascoltò e mi promise che si sarebbe interessato al suo caso. Stava per prendere appunti sul bancone della salumeria e interruppi il dialogo. Avvertivo che il ministro aveva fretta, seguiva a malapena il mio ragionamento e manifestava un certo imbarazzo. Chiusi la conversazione e gli dissi che gli avrei fatto avere, con calma, tutta la documentazione che avevo messa insieme su E. direttamente a casa sua, tramite il sindaco del paese con il quale, sapevo, aveva frequenti contatti. Così feci. Incontrai il ministro un'altra volta, dopo un paio di mesi, in un'occasione analoga. Mi riconobbe e salutò ma aveva un evidente imbarazzo: aveva avuto tutto il dossier su E. e non aveva fatto niente; lo capii dal suo disagio; lo salutai e tralasciai di parlargliene ancora.

Intanto le pratiche per far rientrare il padre di E. erano andate avanti: la richiesta di assunzione era già arrivata in Albania e tutti aspettavamo con ansia la notizia della partenza. Nella classe c'era una certa stanchezza: arrivavano le solite cartoline di E., che non annunciavano nulla di nuovo; noi continuavamo a telefonare il mercoledì, ma le cose da dire erano sempre meno. Diversi alunni della classe si rifiutavano persino di parlare al telefono con lei. Dicevano che non avevano nulla da dirle anche perché, quando era in Italia, l'avevano praticata poco, non avevano fatto in tempo a instaurare con lei veri rapporti di amicizia. Io continuavo a far parlare per telefono il maggior numero di loro, pagando spesso le telefonate di tasca mia, un po' per coerenza, un po' perché sentivo che se la classe avesse smesso di telefonare, nel giro di qualche giorno nessuno avrebbe più parlato di lei.

Alla metà di Maggio finalmente arrivò la notizia che il padre di E. era arrivato a C. L'insperato si stava concretizzando. Ricordo che lo incontrai, il giorno dopo il suo arrivo, sulla piazza del paese. Mi salutò calorosamente, baciandomi sulle guance più volte, con un rituale che non conoscevo; immagino che gli albanesi lo praticassero abitualmente fra di loro, quando non si vedevano da molto tempo. Mi disse, con un italiano stentato, che E. e la madre sarebbero arrivate al seguito, dopo circa due settimane; aspettavano solo la concessione del visto sul passaporto.

Furono i giorni di attesa più lunghi quelli che seguirono: temevamo che E. , per qualche contrattempo dell'ultimo minuto, non ce l'avrebbe fatta a venire in tempo per sostenere gli esami, anche se avevamo fatto di tutto per eliminare ogni ulteriore difficoltà burocratica: a gennaio, al primo quadrimestre di valutazione avevamo pensato bene di dare la pagella anche ad E., ora con il padre avevamo fatto tutti i documenti per farle sostenere gli esami a C.; se fosse venuta con un breve ritardo, dopo gli scrutini, avrebbe dovuto darli, come privatista, in un'altra scuola. Avevamo previsto anche questo e , per precauzione, avevamo fatto fare una richiesta al padre, con la benevola accoglienza del preside, per sostenere gli esami come privatista in una scuola vicina che dipendeva dalla stessa presidenza. Se qualcosa fosse andato storto sarebbero stati vanificati tutti i nostri sforzi.

Invece E. arrivò proprio i primi giorni di giugno, in tempo per fare le prove di scrutinio. Avrebbe quindi sostenuto gli esami a C. come alunna interna.

L'emozione della classe fu intensa. E. venne accolta con calore e feste da tutti gli alunni; facemmo anche un piccolo rinfresco in classe per festeggiare l'avvenimento. Mantenemmo all'esterno invece una certa riservatezza; volevamo evitare che la notizia del suo arrivo si diffondesse e che arrivasse al giornale che aveva fatto conoscere il caso di E. all'inizio. Il silenzio stampa ci era stato raccomandato anche dal preside, dopo un colloquio telefonico che, sembra, aveva avuto con il prefetto.

Le prove di scrutinio furono svolte bene da E., com'era nelle aspettative di noi tutti. E. era molto cambiata in questi pochi mesi, in meglio. Aveva studiato bene quasi tutte le materie; si era ben preparato ed era molto più sicura delle proprie capacità : insomma era scolasticamente più matura. Gli esami che sostenne qualche giorno dopo ebbero dei risultati ottimi; le capacità di E. stupirono persino il presidente della commissione, che era esterno, e fu licenziata con il massimo voto.

Sono ormai passati due anni da quando questa storia si è felicemente conclusa. Da allora non ho più avuto contatti né con la signora B., né con la signora L. ed ho rivisto E. solo una volta. Era insieme al padre sulla strada per C. e stava andando con lui in città, in autostop, per un'occasione di lavoro; io stavo andando con i miei colleghi a lavoro, percorrendo il senso inverso. Ci disse che il lavoro del padre era precario e che stavano cercando un altro lavoro. Vivevano ancora nella casa messa a disposizione del comune. Le chiesi anche della scuola (sapevo che frequentava ora una scuola superiore per l'apprendimento delle lingue nella città vicina); mi rispose che era soddisfatta della scelta fatta e che andava bene: aveva solo fatto qualche assenza di troppo per stare dietro al padre in queste sue continue ricerche di un lavoro migliore. Augurammo loro buona fortuna e li salutammo.

La cosa che mi rende più felice e soddisfatto quando ripenso a questa storia è la consapevolezza che E. è stata aiutata molto dalla scuola e che lei, per questo aiuto, non deve dare alla scuola nulla in cambio, salvo il suo volontario impegno a migliorarsi.

21.     Non mi stupirei di trovare in un misantropo l'animo umanitario di un vero filantropo. Viceversa mi sembrerebbe più probabile trovare egoisti fra le persone cosiddette 'socievoli'. Le persone che stanno bene in società sono infatti più numerose di coloro che non sopportano questa abitudine , come gli egoisti sono in maggior numero degli altruisti. Egoismo e socievolezza si devono quindi incontrare più frequentemente nella stessa persona se non altro per ragioni statistiche. Inoltre sento come assai 'vero' il detto proverbiale che dice che due birbanti, quando si incontrano, si riconoscono per quello che sono e fanno subito società.

22.   Sta girando intorno al proprio dito alla ricerca di un punto dove nascondersi.

crede di fare il giro del mondo ma gira solo intorno al proprio dito.

23.   L'eco dei suoi no mi assorda.

24.   I collezionisti sono maestri nel comparare gli stili ma se mettono a confronto i valori (monetari) sono insuperabili.

Li spinge al collezionismo l'amore per la cosa, misto al desiderio di possederla.

Collezionare gli oggetti artistici: anche questo è un modo per subire passivamente l'arte ma senza consumarla.

25.  Canetti scrive: " Gli unici esseri umani che trovo noiosi sono i parenti." Troppo buono: sono insidiosi i parenti, sono serpenti!

26.  Il filosofo idealista. Sognava che solo i nomi avevano vita e che ogni forma di vita altro non era che un sogno di nomi. Incontrò un filosofo a cui piacque il sogno, lo prese per realtà e lo trasformò in un 'sistema' che chiamò filosofia 'idealista'.

27.   Cogli l'attimo! Carpe diem! E' un paradosso dell'esistenza. La speranza di una vita felice è costruita su questo paradosso, ma come dice il poeta la verità è agli occhi "fiammella che vacilla": è debole e incerta; non facciamo in tempo a vivere l'attimo che è già passato a quello successivo. La vita è così una successione di attimi che fuggono sempre via. Tutti gli attimi passati sono morti; il ricordo che rimane è solo il loro fantasma che continua a vagare nella nostra memoria: essi scompaiono nel nulla come se non fossero mai esistiti. Anche l'attimo presente è quasi niente perché prende valore solo da quelli che devono venire dopo di lui; esso s'incarna solo nel futuro: il suo scheletro è la nostra stessa volontà, il suo midollo sono le nostre speranze, i nostri desideri. Niente c'è di costante, nulla di duraturo: le immagini della vita ci appaiono varie , in continuo movimento come le figure di un caleidoscopio , ma è solo un gioco di specchi che ce la fa vedere così. In realtà la vita è molto più monotona e ripetitiva quando la viviamo che quando ci mettiamo ad osservarla.

1.       La venerazione : niente ci ha ancora tolto il sospetto che dietro ad ogni adorazione ci sia la pretesa di una qualche contropartita.

2.       Siamo continuamente affamati di eterno: ci nutriamo di immortalità.

L'immortalità è il pane 'ideale' per degli esseri mortali.

30.   L'effetto 'socializzante' del dolore. Pare difficile credere che un essere umano , quando vede un altro essere umano sofferente e bisognoso di aiuto, non si fermi a chiedere cosa ha con il proposito di aiutarlo, tanto è naturale in tutti noi il sentimento della compassione. Quando vediamo uno che soffre scatta un meccanismo di identificazione con l'altro che ci fa sentire partecipi di quella sofferenza, come fosse la nostra e che ci fa dire: "Questo sono io!", "Questo potrei essere io!". Per questo motivo appare particolarmente odioso, e degno di essere punito dalla legge, il comportamento di certi automobilisti che negano il proprio soccorso ad un poveretto che ha subito un incidente, oppure il comportamento 'collettivo' di certi passanti nelle vie affollate di un centro cittadino che rimangono indifferenti di fronte ad una persona colpita da malore e bisognosa di cure o addirittura di fronte ad un morente.

Questi comportamenti 'aberranti', rispetto al comune sentire umano , si spiegano senz'altro con l'indifferenza che in certe persone è più forte della compassione e che fa dire pressappoco così: " Il suo male io non lo sento, quindi non mi riguarda!".

Fra i due tipi di comportamento: quello ispirato dalla compassione e quello indotto dall'indifferenza c'è uno scarto tanto grande che abbraccia tutti comportamenti umani: da quello della persona santa a quello del perfetto farabutto.

31.   Nella scrittura lo stile austero

32.  rispecchia la chiarezza di pensiero.

33.   Ciò che trovo deprimente in questo nostro secolo che sta per finire

è l'eccitata corsa con il tempo che tutti hanno intrapreso,

cui sta dietro un'assoluta mancanza di prospettive.

C'è un'esaltazione parossistica della vita, del corpo, della materialità

ma abbiamo il vuoto nell'anima: ci fa difetto la spiritualità.

Siamo sazi d'informazione;

va veloce la comunicazione;

siamo sommersi di dati ma è riservata a pochi la conoscenza

e quasi non c'è più in nessuno sapienza.

C'è chi dice che il secolo che sta per tramontare

ha dato più dignità alla donna, più uguaglianza fra i sessi;

Questo è vero! Ma che uso è stato fatto di questa maggiore libertà?

La donna ha imitato l'uomo nei suoi errori:

punta tutto alla carriera e tutto sacrifica alla sua volontà

e l'uomo ha preso dalla donna quanto di peggio poteva offrire: la sua vanità.

Non c'è dunque da stupirsi di ciò che dicono le cronache:

che la donna sta superando l'uomo per intelligenza,

ma è da domandarsi se non è vero proprio l'opposto:

che l'uomo sta superando la donna per stupidità.

Com'è impagliato questo secolo che sta per morire!

Com'è vuota questa nostra contemporaneità!

33.  Trovo semplicemente geniale l'idea presente nella religione buddista dell'interruzione del ciclo delle rinascite tramite il Nirvana. Essa presuppone una filosofia che giudica una vera follia l'attaccamento a questo mondo: un errore che si paga con una vita di sofferenze e di dolori e con un accumulo di esperienze negative che costituiscono il nostro Karma, che è all'origine del ciclo infinito delle rinascite. La fine di queste sofferenze è l'illuminazione, appunto il Nirvana. Tutti gli esseri umani per il buddismo hanno avuto sprazzi di illuminazione e possono vivere in questo mondo l'esperienza del Nirvana. Basta fare un proprio percorso spirituale che ha al centro la pratica della meditazione.

34.   Popoli che si guardano sempre l'ombelico e si piacciono: i francesi; popoli che si piacciono poco e guardano sempre l'ombelico del vicino: gli italiani.

35.   A volte nella vita si è portati a dare uno sguardo d'insieme al passato, in un'unica prospettiva, per dare una valutazione del proprio operato. Io, quando cerco di farlo, non riesco a trovare altra immagine più efficace di quella del parallelogramma delle forze: da una parte la forza della mia volontà con le sue fughe in avanti, le sue ambizioni, le sue pretese, i suoi errori, il suo ottimismo; dall'altra la forza della mia intelligenza, più cauta e decisamente pessimista.

La risultante concreta, e direi anche scontata, di queste forze, il loro parallelogramma che mi rende così come sono, pur nell'apparente somiglianza con altri casi, è da una parte la mia famiglia con i miei numerosi figli e dall'altra il progredire dei miei studi. L'una e gli altri li considero mie proiezioni, parti vive del mio corpo; essi sono nel bene e nel male la mia vita, il mio stesso Karma.

36.   Un futuro "grande fratello". Uno che conoscesse tutto di un'altra persona, i suoi desideri più intimi, i suoi segreti. Apparirebbe a noi tutti un essere mostruoso, con un potere su quella persona che sarebbe totale. Non riesco ad immaginare una minaccia maggiore. Cosa farebbe nei confronti della persona della quale conosce tutto? Cosa farebbe quest'ultima se sapesse di essere osservata, scrutata, conosciuta in ogni piega dell'anima? Ammettiamo che la persona che sa, ha qualche desiderio segreto nei confronti dell'altra, cosa farebbe, metterebbe in atto un ricatto? Come reagirebbe l'altra sapendo che tutto quello che pensa, sente e fa è già saputo dal 'grande fratello'? Andrebbe dalla polizia anche se non ha nessuna prova, nessun atto ostile contro di lui da denunciare? Come potrebbe vivere normalmente, lavorare, riposare?

37.   Il 'nome' possiede una forza propria e suscita una carica emotiva che la nostra mente non sempre riesce a percepire. E' compito dei poeti far uscire questa 'carica' dalle parole con le loro dissonanti combinazioni. Quando ciò avviene, la parola ritrova tutto il suo magico potere che doveva avere alle sue origini. La parola è sempre stata proiezione della nostra 'volontà' tesa al possesso della cosa; una cosa nominata doveva dare al selvaggio la sensazione di averla già sotto il proprio dominio. Anche le persone , quando venivano conosciute con il loro nome, divenivano - solo per questo fatto - meno temute; anzi presso alcune tribù si pensava che con il nome si potesse prendere possesso anche dello spirito della persona conosciuta; viceversa una persona che si teneva in 'incognito' manteneva tutta la forza, la sua autorità e il suo potere. Forse per questo motivo nella Bibbia, quando Mosè chiese a Dio sul monte Sinai chi egli fosse, gli fu risposto con quella formula enigmatica che mantiene tuttora il suo mistero: "Io sono Colui che E'!". Ulisse, alla richiesta del ciclope Polifemo del suo nome, riuscì ad eludere la risposta, dicendo "Nessuno!"; così riuscì ad ingannarlo e ad evitare di essere esposto alla sua vendetta, ma non a quella del Dio Nettuno, suo padre. Anche la nostra civiltà mantiene una difesa sul nome salvaguardando la nostra privacy, riconoscendo così implicitamente che la sua conoscenza ci rende più vulnerabili. Nessuno oggi può disporre liberamente del nome e delle informazioni che riguardano un'altra persona; già solo questo basterebbe a far sentire quella determinata persona 'minacciata' o in pericolo. Si capisce così che il meno fortunato è colui che è da tutti conosciuto.

38.   La pazzia e la genialità sono delle 'anomalie' in natura e, come tali, sono mal tollerate dalla normalità.

1.       Uno che impegna la vita a ricercare ciò che non è 'vendibile' deve prima di tutto fare i conti con i 'valori propri'. Chi cerca il bene 'proprio' dà valore a ciò che potrebbe essere privo di valore per gli altri. A ben guardare dovrebbe essere proprio questo lo scopo principale della vita di ognuno: ricercare i valori specifici, non commerciabili e non spendibili, della propria esistenza; purtroppo pochi fanno questo!

Molti sono portati a dare importanza e valore alle cose 'comuni' alle quali danno valori anche gli altri, anzi a prendere il giudizio altrui come riferimento per giudicare il 'valore' non solo delle cose ma anche di sé medesimi e della propria vita; questo giudizio esterno, cui a volte diamo maggiore importanza che al nostro stesso giudizio, è la stima.

La stima è un giudizio di valore che gli altri assegnano alla nostra persona, che è immediatamente spendibile. La persona 'stimata' è anche considerata meritevole e si fa avanti nella società, occupa posti ambiti e viene giustamente ricompensata per i meriti che dimostra di possedere; viceversa la persona non stimata trova difficoltà persino a stabilire con gli altri rapporti di buon vicinato.

Diverso dalla 'stima' è l'onore della persona che è un vero e proprio 'credito' di valore che si attribuisce alla moralità di tutti . La mancanza di stima, a rigore di logica, non dovrebbe intaccare l'onore che ci compete in quanto persone; basta però anche un solo atto moralmente detestabile che ci toglie anche questo 'credito' e ci 'disonora' agli occhi degli altri. Sia la stima che l'onore sono valori 'spendibili' nel senso che ci danno concreti 'vantaggi' nei rapporti sociali; essi tuttavia non indicano ciò che noi siamo ma solo come noi appariamo agli altri, non ciò che siamo per noi stessi nel profondo del nostro essere. Questo per gli altri non ha nessun valore perché non è accessibile ma per noi è della massima importanza: sta lì, dentro di noi, il nostro 'vero' valore.

Pertanto ricorda! Quando parli degli altri , le tue parole tolgono loro la vera 'fisionomia' ; quando tu parli di un altro egli non è più lui, diventa te!

40.   Chi 'si sente' solo , esprime con il proprio sentire il bisogno di stare con gli altri. La solitudine 'vera', quella che è grata a sé stessa, che non ha bisogno di nient'altro, è quella che ci fa sentire in compagnia di noi stessi quando siamo soli. E' la solitudine ambita, ricercata della quale si nutre lo spirito creativo che trova sempre motivo d'interesse a pensare, a guardare la natura intorno e in sé stesso. Chi ama questa solitudine trova dolce perfino la noia , perché anche questa può essere un'occasione per riflettere e guardarsi dentro.

41.   La parola 'Dio' è il nome per eccellenza, simbolo e referente ultimo di questa realtà. "In principio era il verbo" recita il primo verso del prologo del vangelo di S. Giovanni; "Non nominare il nome di Dio invano" è detto nel secondo comandamento, dopo che il primo dice:" Non avrai altro Dio all'infuori di me!". Questo significa che la potenza di Dio e il suo nome sono la stessa cosa e che il suo nome non va pronunciato. Al limite, ciò è da intendersi che Dio è sempre nominato inutilmente , salvo che nella preghiera. Ritorna così il 'divieto' di dire un nome per impedire che tramite esso si possa 'conoscere' e danneggiare il suo portatore. Dio è dunque 'inconoscibile' per divieto, oltre che per definizione, e il suo nome è impronunciabile, salvo che in un atto di fede e di sottomissione, come quello che si esprime appunto quando si prega. "Cogito ergo sum" scriveva Cartesio, ma questo assioma non vale per Dio; Egli è, dunque a che cogitare?

42.   Animare, inumare. Questo abbinamento di parole fra la vita e la morte, fra l'anima e il corpo, fra il cielo e la terra: sempre lo stesso concetto che ritorna, dietro cento metamorfosi.

43. Vivere per le parole; sopportare la pena di vivere ed essere grati alla vita solo perché gli ha permesso di conoscere alcune parole ricche di significato? In questo paradosso ci sta tutta la volontà di vivere di Canetti, tutto il suo amore per la 'forma'.

Ma cos'è la parola se non un concetto, se non un'astrazione? Ha senso la parola in mancanza della cosa a cui si riferisce, in assenza del referente? Si può scambiare la vita per un'astrazione? Certo no! Allora il paradosso va preso nell'unico senso buono che esso contiene: a volte anche un amore illimitato per la letteratura può bastare da solo a compensare le molte pene di questa nostra esistenza.

44.   "Nell'orgoglio del miscredente - scrive Canetti - la sua croce!" E' vero, ma solo se si intende in senso lato: generaliter.

La croce dei cristiani è una forte metafora che esprime con un'immagine una verità incontestabile su questo mondo: la sua sofferenza, il suo dolore.

Tutti, credenti e non, facciamo esperienza della 'realtà' del dolore e ben presto ci rendiamo conto che non possiamo eliminarlo dalla nostra vita : ci dobbiamo piegare ad esso!

Chi non si piega, l'orgoglioso o l'ottimista inguaribile che vuole continuare a credere che questo è il migliore dei mondi possibili, nonostante la vita dia dimostrazioni del contrario ogni giorno; chi vuol fare come Pangloss nel Candido di Voltaire, trova a causa di questa sua ostinazione la sua 'croce': egli di fronte ai mali del mondo si arrabbierà e opporrà ad essi tutta la sua resistenza, tutta la sua fierezza, inutilmente. In questo senso è vero che il prezzo più alto si paga proprio per l'orgoglio.

45.   Dilatarsi per boria, per vanagloria; dilatarsi come la rana nello stagno che vuole imitare il bue; dilatare i propri pensieri fino a farli scoppiare! La favola si presta sempre per togliere la pelle alla stupidità: per metterla a nudo.

46.   Accolse la morte con un sorriso ed essa lo ripagò, togliendogli insieme tutte le sue pene.

47.   Produttori di beni 'voluttuosi' capaci di 'sperperare risorse primarie'.

1.       Esiste una boria in chi legge forse peggiore della boria di chi non ha mai letto niente. Chi legge con 'boria' accumula le sue letture disordinate, le ingozza con inestinguibile voracità, ma non le digerisce (come potrebbe!). Di ciò che legge non gli rimane, dopo la lettura, quasi mai niente. Per avere l'illusione di imparare qualcosa egli, il lettore borioso, ha bisogno di sostituire subito una lettura con un'altra così che quel poco che si ricordava finisce per scomparire, sommerso da quello che si aggiunge. Egli si lascia guidare dai libri che legge, come un bambino che scrive dalla mano del maestro; legge solo perché non è più capace di pensare da sé per questo cambia continuamente le sue letture: per avere l'illusione di pensare. Come ci sono quelli che scrivono senza pensare, credendo che chi legge penserà comunque qualcosa, così ci sono quelli che leggono proprio per riposare la propria mente, tanto c'è già chi ha pensato per conto loro: l'autore che leggono. Il lettore borioso comunque è un 'critico irriducibile' degli autori che hanno la sfortuna di passare sotto i suoi occhi. I suoi continui cambiamenti nella lettura richiedono 'amori' per gli autori che legge tanto passionali quanto brevi e fugaci. Ogni lettura è seguita prima o poi da una delusione che fa scatenare tutta la boria delle sue sentenze senza appello. Il libro viene condannato, mandato al patibolo (regalato o venduto), o all'ergastolo, in qualche ripiano della libreria, e dimenticato per sempre.

2.       Non c'è possibilità di uscire dal labirinto di opportunità , spesso false, che offre la nostra epoca, se non si segue il filo d'Arianna. Per farlo, occorre, prima di tutto, trovare la propria Arianna, cercandola tra le tante immagini distorte che il gioco degli specchi ci rimanda. Quando abbiamo trovato l'immagine 'vera' alla quale fare riferimento, è necessario districare la matassa dei pensieri che aggrovigliano la realtà e che fanno sì che noi, come il Minotauro, vediamo, anziché un comune palazzo fatto di stanze ordinate e regolari, un infinito labirinto. Solo allora possiamo prendere in mano il filo della nostra vita e scorrerlo, tesi diritti verso il nostro unico destino.

3.       Non bisogna trascurare il giudizio degli altri sul nostro operato, anche quando è duro, ben al di sotto delle nostre pur modeste aspettative! Se altri ci considerano cretini, al pari di come spesso noi facciamo con loro, domandiamoci qual è il punto dolente degli altri che siamo andati a toccare e se volevamo proprio fare questo.

Ma quando poi abbiamo condotto scrupolosamente il nostro esame, se non abbiamo niente da rimproverarci e se abbiamo motivi validi per insistere sulla nostra scelta; se ci sembra che tenere conto di altre ragioni devii il nostro cammino, allora andiamo avanti fino in fondo sulla strada che abbiamo intrapreso, senza badare al giudizio degli altri anche se dovessimo lasciare ogni confortevole compagnia per avviarci su un sentiero arido e solitario.

51.   Un parco a Londra: immagine del paradiso. Canetti immagina il paradiso come un luogo ideale in cui gli uomini possano andare liberamente "senza essere costretti a rimanerci" e in cui non esista nessuna colpa per la quale si debba essere cacciati.

Il giardino immagine del paradiso. Perché continuiamo a immaginare il paradiso come un giardino? Non c'è religione che non abbia la promessa di un paradiso per i propri fedeli; essa è la contropartita che ciascuno può aspirare ad avere se sopporterà pazientemente, se sarà persona pia: il paradiso si può dunque considerare il giusto premio per una vita vissuta con 'integrità'.

Anche Canetti sogna il paradiso ma lo vorrebbe raggiungere facendo il percorso inverso rispetto a quello fatto dagli altri: egli vorrebbe togliere dalla faccia della terra la 'colpa' che è stata la causa della cacciata dal paradiso terrestre dei nostri progenitori; inoltre vorrebbe lasciare la 'libertà' di entrarvi e di uscirvi, la stessa libertà da cui ebbe origine il primo peccato. Insomma vorrebbe negare la storia umana che secondo la teologia seguì al peccano originale: vorrebbe una teologia senza peccato originale, ma non vorrebbe rinunciare al frutto della libertà.

La religione ebraica è, rispetto alle altre grandi religioni (cattolica, buddista) fondamentalmente ottimista, come l'islamismo. Nel buddismo la vita umana è ritenuta come un'esistenza apparente, simile al sogno, inoltre essa viene vista, con le sue miserie e i suoi dolori, come conseguenza delle nostre scelte (il cd. Karma) come causa delle nostre sofferenze, anche se non c'è un vero senso di colpa in questa religione. Nel cristianesimo, il sacrificio del Cristo libera gli uomini, nel corso della loro storia, da questa colpa originaria; il cristianesimo non rinnega ciò che è avvenuto anzi tutta la storia terrena del Cristo , compresa la sua morte, assume valore in vista della liberazione degli uomini da quella colpa. L'ebraismo ha in comune con queste religioni più pessimiste il peccato originale che Canetti vorrebbe togliere. Così facendo renderebbe la sua religione esageratamente ottimista: una specie di cocktail zuccherato , privo di valore spirituale e di una qualche 'verità' sul mondo, sia pure in forma metaforica, com'è quella di una caduta originaria che ha cacciato l'uomo dal paradiso terrestre.

Gli appare così possibile immaginare la vita in paradiso, come una banale passeggiata in un parco londinese.

52.   Negare la morte per dire qualcosa di vero sulla vita?

Sostengo la seguente tesi, opposta a quella di Canetti, che spero di dimostrare vera: Solo chi non accetta la propria morte corporea può essere capace, in certe situazioni, di provocare la morte di un altro.

Noto intanto che in tutte le società chi 'non accetta' la propria morte può benissimo accettare e provocare la morte di un altro, trovando la comprensione di tutti: "Era legittima difesa!".

Nelle nostre società il "diritto alla vita" è considerato il primo dei diritti 'inviolabili' della persona, mentre è negato il diritto al suicidio, come diritto di morire con dignità, anche se quel diritto alla vita dovrebbe logicamente includere anche questo considerando che niente è più 'nostro', ovvero di niente possiamo disporre più della nostra stessa vita. Eppure ciò non impedisce che ogni giorno vengano commessi omicidi, efferati delitti, spesso in percentuale maggiore in quelle società dove il diritto alla vita è più riconosciuto(come quella americana).

Il perché avvenga questo si capisce se si pensa che quando si parla di diritto alla vita si intende sempre, in primo luogo, la propria vita e solo di conseguenza la vita di un altro uomo, dal momento che tutti gli uomini hanno diritto alla propria. Non c'è nel riconoscimento di questo diritto alcun 'valore morale', come ci sarebbe invece nel principio opposto: riconoscere in primo luogo il diritto alla vita degli altri e solo dopo riconoscere valore alla propria vita.

Su questo principio si sono affermati tutti gli atti di eroismo. Quest'ultimi tuttavia hanno un valore relativo e subordinato in quanto chi li compie mette davanti alla propria vita quella di una persona 'determinata', di un gruppo, di una comunità o di una nazione; non la vita di ognuno, la vita di tutti.

Solo l'uomo 'santo' mette la vita di tutti gli altri prima della propria, solo lui ha un'etica 'vera'. Ma per affermare questa etica bisogna che egli consideri la propria vita di un 'valore' inferiore rispetto a quella di qualsiasi altro essere umano. Per essere santi bisogna - diciamo così - 'disprezzare' la propria vita e quasi amare la morte, quella che S. Francesco chiamava "nostra sorella morte corporale".

Significa questo negare la vita? Solo la vita 'terrena', la stessa che le religioni orientali considerano mera apparenza o velo di Maia, ed amare la 'vera' vita che è quella spirituale.

"Non ammettere" la morte, "non ammettere una sola morte", come scrive Canetti , è il ragionamento conseguente di una concezione 'troppo realistica' che impedisce di vedere cosa è la 'realtà' al di là dell'apparenza, oltre il suo stesso 'fenomeno', può anche voler dire 'non voler vedere' nessuna morte, neanche quelle morti che hanno un 'responsabile'; può voler dire chiudere gli occhi anche di fronte ai massacri di innocenti, a coloro che hanno accettato la morte come una liberazione; al limite può voler dire mettere sullo stesso piano gli assassini, i massacratori, gli aguzzini (capaci di apprezzare la propria vita e di avere il massimo disprezzo per quella altrui) e le loro vittime.

Io penso invece che fino a quando ci sarà qualcuno che dà alla propria vita maggior valore che alla vita di un altro, fosse quest'ultimo il più misero e disprezzato dei viventi, sarà sempre possibile provocare e giustificare un nuovo assassinio; questo ha voluto testimoniare il Cristo sulla croce.

53.   L'apparente funzionalità degli organismi (ogni burocrazia è un organismo), che non tiene mai conto delle 'persone', dei singoli individui, rende possibile quella scienza 'credibile' e 'mostruosa' che è la statistica per la quale un cittadino che muore di fame e un cittadino che mangia due polli diventano due cittadini che mangiano un pollo a testa.

54.   La 'massa damnata' forse viene ad Agostino non dalla "pugna" romana, ma dai mercati cittadini dell'Africa romana.

55.   Chi troppo sottovaluta le miserie altrui mette ancora più in evidenza le proprie miserie (morali).

56.   Filosofo stoico anonimo. Quando qualcuno presenta una qualsiasi affermazione come 'vera' bisogna domandarsi qual è la bugia che vuole coprire; quando dice una bugia è da chiedersi qual è la verità 'scomoda' che non vuole rivelare.

57.   Immaginare un unico cuore che pulsa per tutti gli uomini, che li rende partecipi di un unico grande amore; poi immaginare un cuore dentro ogni uomo e vedere gli uomini distrutti dalle passioni o dalle repulsioni, uno contro l'altro gonfi di ira, carichi di odio, d'amore e di rancore.

58.   Perché giocare sempre a nascondino anche quando scriviamo? Perché non dire una volta tanto "pane" al pane e "vino" al vino? Una bugia non fa camminare dritta una verità zoppa!

59.   Ed invece così è stato: gli Dei sono migrati in America, al seguito dei poveri emigranti, e noi possiamo visitarli e ritrovarli tutti , questi Dei, nei grandi Luna Park.

60.   Per molto tempo ho amato la storia, tutta la storia degli uomini, perché pensavo che in essa fosse racchiuso il massimo insegnamento: bastava leggervi dentro e si sarebbe intravista l'evoluzione futura dell'umanità.

Avevo avuto una formazione 'storicistica' , che si era nutrita delle letture di K. Marx, dei tanti storici marxisti che imitavano il suo metodo e soprattutto dei 'quaderni del carcere' di A. Gramsci. Ero allora animato da una cieca fiducia nell'idea di 'progresso', che allora tutti chiamavano 'rivoluzione'.

Poi vennero le letture filosofiche: Wittgenstein, Popper e più tardi Schopenhauer e constatai tutta la miseria dello storicismo e con esso del pensiero politico di molti uomini e dell'azione dei popoli.

Cadde la mia fiducia che gli uomini potessero trovare soluzione ai loro problemi "collettivamente", tramite l'azione politica delle cosiddette "masse"; cadde la mia 'fede' nella politica, poi cadde anche il muro di Berlino e con esso l'illusione, coltivata soprattutto dai comunisti, che dalla 'dialettica' della storia, dalle guerre e dalle lotte intestine, potesse nascere l'embrione di una nuova società, senza più sfruttamento né classi.

Con la storia non mi è rimasto alcun debito, avevo investito su di essa qualche 'credito' di fiducia e l'ho perso. Pazienza! Quel che ho perso in fiducia credo di averlo investito in esperienza: continuo a leggere la storia, anche con più interesse, ma con minore incanto.

61.   Gerusalemme divisa. Tante Gerusalemme in una, a ricordare come gli uomini sono divisi dalla "fede" in "un solo Dio".

A piazza S. Pietro, per il Giubileo del 2000, tutti i poveri cristi, tutti i miseri della terra!

62.   N. ha con la morte un rapporto tutto particolare: parla sempre di dover morire; ogni volta che la incontro fa l'elenco di tutti i suoi mali, poi dei mali dei parenti e dei vicini, poi fa la conta dei morti: mi informa di tutte le persone che sono decedute dall'ultima volta che ci siamo incontrati. Quando muore qualcuno va sempre a vedere la salma: non c'è stato morto nel paese in cui vive, che non abbia ricevuto da cinquant'anni ad oggi la sua visita. E' anche sposata con un becchino.

Eppure lei è sempre "viva e vegeta", non è cambiata in nulla da quasi quarant'anni, da quando la conosco, non una volta si è ammalata, mai è stata ricoverata in ospedale, mai un'influenza, mai!

A volte penso che lei, come il "Dorian Gray" di O. Wilde, abbia fatto un patto segreto con il diavolo per avere l'eterna giovinezza e mi viene il sospetto che quando muore qualcuno lei vada là a trovarlo per prendergli l'anima, quasi per assorbirla e per continuare con essa la sua vita. Sì, credo proprio così: lei sopravvive grazie alla necrofagia: ha trovato il modo per nutrirsi dei morti che va a trovare.

63.   Ci sono a volte delle persone, commercianti nati, che mettono così tanta enfasi in quello che dicono che sembra debbano venderti tutto ciò di cui ti parlano.

64.   Gradi della sofferenza: amare qualcuno, amare molti, amare tutti.

Gradi della noia: possedere qualcosa; possedere molto; possedere tutto.

65.  Gradi della 'fede' ed escalation di un regime: credere, obbedire, combattere!

66.   Pensare con diversi tipi di colore: certi 'pensatori' o filosofi che tendono ai colori vivaci o morbidi: giallo, arancio, rosa, celeste ecc., scartarli come ottimisti: sottomettono troppo la vita.

67.   Un'idea per una storia da raccontare ai bambini. La torre di Babele fatta di gelato e le 'lingue' tutte a leccare!

67.   Fa tanti discorsi, ma il momento dopo già gli sembra che non dicano più niente.

Il discorso: un amo che esce da una bocca e che pesca consensi nel mare della credulità.

68.   Era ubriaco di certezze; fortunato l'altro le cui incertezze rimangono sempre sobrie.

69.   Toscani: camminando, di bestemmia in bestemmia, si avvicinano a Dio.

70.   La vita e le lacrime. Un bambino affamato all'ora del pranzo si rivolge alla madre che è tutta la mattina che piange per il nonno che è morto: " Mamma! Ora si mangia e poi si ripiange, va bene?".

71.   C'erano una volta presso alcuni popoli dei re potenti, chiamati "re taumaturghi": essi toccavano le piaghe ai malati e le guarivano; prendevano la carta e la trasformavano in denaro. Poi cominciarono ad usare troppo il denaro , spendevano troppo e s'indebitarono; dalla carta ricavarono altro denaro per pagare i loro creditori ma ciò provocò l'inflazione e il denaro divenne cartastraccia. Pensarono di risolvere i loro problemi con le guerre. Le persone sane vennero inviate alla guerra e morirono o tornarono mutilate. I re taumaturghi persero così il loro potere miracoloso; divennero re normali, costituzionali, quelli di loro che non vennero decapitati.

72.   Il destino dei 'grandi' costretti a portare il loro nome anche dopo che sono stati scoperti i loro 'misfatti'. I loro imbrogli e le loro malefatte li crocifiggono alla storia.

73.   Metempsicosi. E se i morti, tutti i morti di ogni epoca passata fossero qui presenti in mezzo a noi? Se essi fossero noi?

74.   Omaggio al marchese De Sade. Uno che può amare la moglie, soltanto se viene preso per un altro (l'amante) e se viene colto in 'flagrante' .Paga ingenti somme per trovare falsi mariti che lo scoprono mentre sta facendo l'amore. Si eccita moltissimo quando viene scoperto e 'viene' solo dopo che è stato picchiato a sangue sulla donna che è sua moglie.

75.   A Canetti piace giocare a ribaltare le situazioni per vedere cosa succede. A volte mette allo scoperto aspetti insoliti della realtà che sono nascosti nelle frasi; in qualche caso però l'operazione non dà i risultati sperati, come nel brano "gioia per l'aumento dei prezzi".

La gioia che uno dovrebbe avere quando tutto diventa 'più caro', perché così si 'stimola' di più l'acquisto, appare troppo artificiosa, poco credibile. Era forse meglio immaginare la sua contentezza per la caduta verticale degli acquisti, soprattutto di quel novanta percento di merci superflue che costituiscono il mercato e per il ritorno ad una vita ascetica, più autentica, più 'vera'.


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